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Meno poteri e tagli agli stipendi. Renzi dichiara guerra alle Regioni. L’attacco ai presidenti dà il via alla battaglia di ottobre per il referendum costituzionale

Paolo Baroni. Incassato il successo sul referendum sulle trivelle Matteo Renzi si prepara alla battaglia d’autunno. Che non a caso avrà come obiettivo ancora una volta le Regioni. La riforma costituzionale appena varata, che il premier spera venga confermata col referendum di ottobre, oltre ad abolire il Senato è infatti destinata a tagliare le unghie ai governatori. Elimineremo «i troppi poteri delle Regioni» e «abbasseremo gli stipendi dei consiglieri regionali», ha spiegato ieri sera il premier al Tg1.

Facendo spallucce delle mozioni di sfiducia – presentate da M5s, Fi, Lega, fittiani – che verranno discusse oggi al Senato: «Siamo affezionati alle mozioni di sfiducia, ce ne fanno una ogni quindici giorni». Quanto alla vicenda delle trivelle, ha poi aggiunto, le Regioni «anziché promuovere referendum dovrebbero preoccuparsi di tenere pulito il mare».

«Basta inefficienze»

Quali siano le sue intenzioni, del resto, lo si era già capito domenica sera durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi: tiro ad alzo zero contro l’inefficienza delle Regioni. «Perché non utilizzano i fondi europei per pulire le nostre acque?». Quindi ha puntato il dito contro quelle amministrazioni che «si sono disinteressate di depuratori e collettori», contro i «presunti esperti da talk show che parlano tanto in tv e poi si dimenticano di promuovere la differenziata», e contro chi discute di turismo balneare «senza poi preoccuparsi di offrire strutture adeguate». A chi ha accusato il governo di aver buttato 300 milioni per il referendum, il premier ha rinfacciato che la prima preoccupazione delle Regioni dovrebbe essere «innanzitutto quella di ridurre le liste d’attesa nella sanità» e di dare «più attenzione» al trasporto pendolari.

Presto meno poteri

Ambiente, sanità, trasporti: non è un caso se il premier ha scelto questi argomenti. Si tratta delle criticità più evidenti nella gestione di tante Regioni italiane. Sono le attività che costano di più e che spesso generano più insoddisfazione nei cittadini e maggiori sprechi. Gli stessi comparti che di qui all’autunno, quando la riforma costituzionale dovrebbe entrare in vigore, passeranno sotto lo Stato. Riscrivendo l’articolo 117 della Costituzione la riforma Boschi riporta infatti una ventina di materie sotto la competenza esclusiva del governo centrale. Tra queste: l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, i trasporti, produzione e distribuzione di energia (compresi elettrodotti, gasdotti e rigassificatori). In pratica tutti quei «colli di bottiglia» che fino ad ora hanno frenato il nostro sviluppo.

Un altro colpo in canna

L’azione di Renzi non si ferma però qui. Una volta incassato il via libera alla riforma costituzionale toccherà al riordino delle Regioni. La conferma viene dal sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, renziano doc e vicepresidente dell’Anci. «Visto che con la riforma costituzionale vengono abolite le Province bisogna completare l’opera. Prima vogliamo mettere in ordine in casa nostra e per questo puntiamo a riordinare i Comuni, tutti, non solo quelli sotto i 5 mila abitanti, aggregandoli per funzioni omogenee. E poi bisogna ridurre il numero delle Regioni. È un processo inevitabile e su questo il governo è d’accordo».

La proposta dell’Anci prevede di aggregare tra loro «le Regioni esistenti, senza spezzettarle, in modo da far loro acquisire massa tale da renderle più competitive in Europa». L’idea è di passare dalle attuali 20 ad appena 10: un taglio secco.

La stampa – 19 aprile 2016

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