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Meno soldi e pochi infermieri, così affondano reparti prima linea

Tutte le cifre dell’emergenza, le denunce di Cittadinanzattiva. Pazienti anche gravi parcheggiati nei corridoi e nei magazzini A rischio soprattutto le città del Sud

I posti letto che diminuiscono, il numero dei pazienti che aumenta. I pronto soccorso italiani sono tra due fuochi: da una parte la necessità di ricoverare persone, soprattutto anziane, con più di un problema di salute, dall’altra i tagli in nome del risparmio e difficoltà burocratiche. In mezzo restano i malati, costretti ad attese lunghissime prima di essere ricoverati odi essere curati e mandati a casa.

IN DIECI anni negli ospedali italiani sono spariti 45mila posti letto, circa il 15%, tagliati per razionalizzare e ridurre le spese. Ci hanno rimesso i pronto soccorso, che hanno meno spazi dove ricoverare i casi urgenti. La riduzione delle degenze, da noi più marcata che nella maggior parte degli altri paesi eu15% ropei, da anni viene indicata come fattore positivo

per l’assistenza. «È vero ma probabilmente non avevamo messo bene in conto l’invecchiamento della vita della popolazione, e l’incremento delle malattie croniche — spiega Carlo Nozzoli, segretario di Fadoi, l’associazione dei medici internisti — Mancano letti, di certo per acuti ma anche di lungodegenza, quelli per intenderci dove mettere il novantenne con la febbre e la tosse che ha bisogno dell’ossigeno”. Così i malati tornano più volte all’anno al pronto soccorso. «Ci vuole anche una maggiore risposta del territorio, i medici di famiglia devono seguire i loro pazienti per evita re queste ricadute», aggiunge Giorgio Carbone, segretario della Simeu, la società di medicina di urgenza: «Al calo dei letti si risponde con una organizzazione migliore di tutto il sistema sanitario. Siamo pronti a fare le nostre proposte al ministro».

IN ITALIA non esiste un modello unico di pronto soccorso. II settore soffre di una disomogeneità cronica e questo è considerato uno dei problemi più gravi da chi lavora nel campo dell’urgenza. Anche nella stessa città si trovano ospedali organizzati in modo diverso: uno dove i medici dei vari reparti fanno i turni per lavorare periodicamente al dipartimento di emergenza, che di fatto non ha personale suo, l’altro dove ci sono dottori dedicati esclusivamente a questo settore. Ci sono poi realtà dove si aspettano i consulenti delle specialistiche prima di intervenire su certi pazienti ed altre che gli specialisti li hanno stabilmente. Insomma, non esiste uno schema preciso di lavoro per affrontare la massa di pazienti che si presentano ogni giorno e che chiedono risposte rapide ai loro problemi. Ci sono infine due Regioni come la Toscana e l’Emilia Romagna che hanno deciso, ciascuna ovviamente a modo suo, di avviare l’esperienza del “see and treat”, in cui si prevede che gli infermieri possano curare i casi meno gravi senza il medico.

SANITARI Sono circa 10mila i medici che lavorano nei 750 pronto soccorso italiani. Molti senza preparazione specifica

CIRCA 10mila medici in 750 pronto soccorso lavorano senza aver fatto un corso di studi specifico. In Italia nata solo da anni la specializzazione in medicina di urgenza. «Per molto tempo questi reparti sono stati considerati la Cayenna dell’ospedale — spiega Carbone di Simeu — Ci venivano mandati i medici con il carattere difficile o che non funzionavano altrove. Da tre anni esiste finalmente una specializzazione dedicata ma ci vorrà tempo per vedere entrare i primi giovani che hanno studiato emergenza-urgenza, visto che il corso di studi dura cinque anni e i colleghi che escono ogni anno sono ancora pochi. Così per ora ai concorsi possono partecipare specialisti di tutti i tipi, in base al criterio dell’equipollenza non solo internisti ma anche ematologi o pediatri, chirurghi vascolari o gastroenterologi». Sono fondamentali per il funzionamento dei pronto soccorso anche gli infermieri. Per loro il problema, come per altri reparti, è quello lamentano più volte dai sindacati di molti ospedali: una carenza di personale che, di fronte all’aumento dei pazienti, costringe i lavoratori a lavorare in condizioni difficili.

ASPETTA chi deve essere ricoverato, aspetta chi ha bisogno di una cura e poi tornerà a casa e aspettano anche le ambulanze, che devono ritirare laloro lettiga rimasta in un pronto soccorso dove non ci sono più barelle peri malati. E nel frattempo non possono andare a soccorrere altre persone in difficoltà. Nei dipartimenti di emergenza bisogna spesso avere pazienza. L’ingorgo può capitare ovunque. A Napoli come a Genova, aTorino come a Firenze. Secondo un’indagine del sindacato di medici ospedalieri Anaao e del Tribunale diritti del malato svolta in 70 strutture di emergenza-urgenza, prima di fare il triage, cioè di vedere inquadrato il proprio problema, si aspettano da pochi minuti a mezz’ora. Chi è stato classificato come codice giallo, quindi di gravità medio-alta, può aspettare fino a 5 ore prima della visita. Se il codice è verde si sale a 12 ore. Chi deve essere ricovera-tonel37%deicasi osservati aspetta oltre6oreecosì nei pronto soccorso spuntano le barelle. Ma sono state rilevate anche punte di 22 ore per trovare un posto in reparto. Evidentemente casi come quello dell’Umberto I sono sfuggiti alla ricerca.

I CODICI Circa 1’80% delle persone che arrivano al pronto soccorso sono di codice verde o bianco, quindi poco o per niente gravi

OGNI anno i pronto soccorso fanno qualcosa come 30 milioni di visite, molte volte alle stesse persone che hanno avuto delle ricadute. Circa il 20% di questi pazienti devono restare in ospedale e vengono trasferiti in reparto. Si tratta di 6 milioni di ricoveri, cioè oltre la metà del totale (11,2 milioni nel 2010) delle degenze di tutti gli ospedali italiani. Ovviamente tra le Regioni ci sono differenze, si va da un tasso di ricovero dell’ i l % ad uno del 40%. Tra chi arriva in ambulanza o da solo in ospedale i codici rossi, i più gravi, sono circa il 2%, quelli gialli circa il 18%, quelli verdi oltre il 60%, e quelli bianchi, i problemi più banali, circa il 20%. Molte delle persone che finiscono nei dipartimenti di emergenza e poi devono essere ricoverate sono anziane, in certi case afflitte da più problemi. «In questi due mesi, complice anche il picco dell’influenza, ho avuto ricoverate praticamente solo persone con più di 80 anni. Tra l’altro hanno bisogno di degenze lunghe perché se tornano troppo presto a casa finiscono per ripresentarsi in ospedale*, spiega Carlo Nozzoli di Fadoi che dirige un reparto di medicina al policlinico Careggi di Firenze.

Repubblica – 21 febbraio 2012

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