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Mose, è Matteoli l’ex ministro sotto inchiesta. Viene ipotizzato il reato di corruzione: «Non ho preso nulla, voglio essere sentito»

La comunicazione gli è arrivata la scorsa settimana, anche se lui nella mattinata di ieri ancora smentiva. «Non so nulla, ma un minuto dopo che mi arriverà chiederò ai magistrati di essere sentito. Non ho commesso nulla di cui vergognarmi», diceva Altero Matteoli, senatore del gruppo Forza Italia, interpellato poco prima delle 10.

Poi, invece, dopo la conferma della notizia della sua iscrizione sul registro degli indagati da parte del tribunale dei ministri, l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture, 74enne toscano di Cecina, ha ammesso: «Nei giorni scorsi ho ricevuto notizia di un procedimento che mi vedrebbe coinvolto – ha spiegato Matteoli – Non avendo nulla da nascondere e non avendo mai percepito alcunchè, ho richiesto tramite i miei legali di essere sentito, mi presenterò nei prossimi giorni per chiarire la mia posizione e per fornire ogni chiarimento che mi verrà richiesto». E’ lui dunque il «mister X», l’ex membro del governo per il quale la procura lagunare aveva avviato la complessa procedura dell’invio degli atti al tribunale dei ministri, l’organo indicato dalla legge costituzionale 1 del 1989 per indagare sui reati commessi nell’ambito delle funzioni ministeriali.

Chiarito il nome del ministro coinvolto, resta del tutto nell’ombra quali contestazioni gli vengano fatte, anche se è chiaro che il filone di indagine è una costola di quelli su Mantovani e Consorzio Venezia Nuova. Ieri sera i suoi difensori, gli avvocati Giuseppe Consolo e Francesco Compagna, hanno ricevuto gli atti da Venezia, ma si trincerano dietro un no comment: «La procedura prevede che l’ex ministro li possa vedere, ma sono atti coperti dal segreto istruttorio», spiega l’avvocato Compagna. Anche la procura resta super-blindata. Nei due faldoni trasmessi al tribunale dei ministri — composto dai giudici Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi — i magistrati che stanno indagando, i pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini avrebbero formulato l’ipotesi di reato di corruzione: questo sarebbe il risultato dell’incrocio tra le dichiarazioni di Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, del suo braccio destro Nicolò Buson e infine dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati (tutti e tre sarebbero coindagati come eventuali corruttori) e gli esiti delle indagini della Guardia di Finanza. Solo nei giorni scorsi questi elementi si sono incrociati e i pm, non appena hanno ricevuto sul tavolo l’ipotesi di reato a carico di Matteoli come ex ministro hanno applicato la legge più «garantista» per i membri del governo: entro 15 giorni hanno trasmesso due faldoni di atti al tribunale dei ministri, che ora avrà 90 giorni per svolgere le proprie indagini e dunque anche per formulare l’eventuale capo d’imputazione definitivo, rispetto a quello provvisorio dei pm.

La pista seguita dalla Finanza è quella di flussi di denaro contante, consulenze gonfiate (o inesistenti), lavori fatti da ditte esterne al Consorzio, ma «amiche degli amici». Sono queste le tre modalità attraverso cui qualche ministro potrebbe essere stato opportunamente «oliato» per agevolare i finanziamenti al Mose, opera dai costi ingenti (5,5 miliardi di euro). La procura di Venezia intende proprio fare chiarezza su questi aspetti e per per questo motivo ha chiesto di poter indagare sugli atti autorizzati dall’allora ministro per trovare riscontro a informazioni acquisite sia durante i sequestri sia durante gli interrogatori. Al momento gli investigatori si concentrano sull’operato dell’ex ministro Matteoli, al quale si farebbe cenno più volte nei verbali. Ma il senatore potrebbe non essere l’unico ministro coinvolto. Tanti sono stati i nomi di politici, anche di alto livello, fatti nel corso degli interrogatori e su cui la procura ha puntato il mirino.

Alberto Zorzi e Roberta Polese – Corriere del Veneto – 29 maggio 2014 

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