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Nessun “omicidio” se il medico rispetta le linee guida e le buone pratiche. La legge sulla responsabilità professionale del personale sanitario torna alla Camera per il sì definitivo

Paolo Russo. Meno avvocati nei paraggi di Asl e ospedali, con i medici messi al riparo dalla valanga di cause sanitarie se sbagliano ma dopo aver seguito le linee guida o le «buone pratiche clinico assistenziali». E d’ora in avanti dei super-periti affiancheranno i giudici perché non si ripetano più sentenze come quelle che hanno alimentato la bufala Stamina. Sono i punti salienti della legge sulla responsabilità professionale del personale sanitario approvata ieri dal Senato e che ora dovrà passare per il sì definitivo alla Camera, dove c’è l’accordo di non cambiare più una virgola, in modo da varare il testo entro febbraio.

Una legge che dovrebbe porre un freno alle 300 mila cause sanitarie che ogni anno fanno perdere 10 miliardi per effetto della «medicina difensiva», che fa prescrivere anche quel che non serve.

Molte le novità in arrivo. Prima di tutto per i medici dipendenti e quelli convenzionati la prescrizione verrà ridotta da 10 a 5 anni, in modo da rendere meno complessa la difesa del medico accusato di malasanità. Poi è prevista una fattispecie autonoma di lesioni e omicidio colposo per i professionisti sanitari, che risponderanno parzialmente solo per colpa grave in caso di imperizia. In altri termini verrebbero mitigate le pene per i camici bianchi in caso di condanna, visto che un errore in sala operatoria non può essere messo sullo stesso piano di chi provoca un incidente stradale perché guida in stato di ebbrezza. Non solo. In caso di morte o lesioni personali è esclusa la colpa grave quando sono rispettate le raccomandazioni previste da linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali. Insomma, il medico che non esce dal seminato non dovrà più vedersela con giudici e avvocati. A favore delle vittime di malasanità c’è invece la possibilità di agire direttamente nei confronti dell’assicurazione. Ma lo doppia mossa contro il contenzioso è l’obbligo di ricorrere all’ accertamento tecnico e alla conciliazione preventivi, mentre dall’altro canto l’onere della prova passerebbe dal medico al cittadino, che se vuole fare causa dovrebbe dimostrare lui di aver subito un danno per negligenza o imperizia del dottore. «Ma questo – spiega il “padre” della legge, il responsabile sanità del Pd Federico Gelli – solo quando subendo un danno in una struttura sanitaria il cittadino voglia far causa al singolo medico, reputandolo il solo responsabile della lesione. Nulla cambia invece quando l’assistito si rivale sull’ospedale o la clinica, che è poi la via maestra per il risarcimento».

«Una buona legge ma per i medici di famiglia la migliore polizza resta il rapporto fiduciario con gli assistiti, che va ora rafforzato con una nuova convenzione che incentivi la piena presa in carico del paziente», commenta il segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti. «Un provvedimento che toglie ai medici alibi e paure, tutelando meglio cittadini e Asl con più certezza su tempi, modi ed equità del risarcimento», assicura il presidente della Federazione di Asl e ospedali (Fiaso), Francesco Ripa di Meana. Che nella legge vede anche uno strumento per calmierare i premi assicurativi.

La Stampa – 12 gennaio 2017

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