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Nuove farmacie: “Aperta solo una su dieci”. Nel 2012 autorizzate 3mila in più: tra ritardi e ricorsi ne sono nati appena 300. E ora il ddl concorrenza punta a consentire l’ingresso alle multinazionali

Michele Bocci. IL mercato doveva allargarsi, sbloccando posti di lavoro e aumentando l’offerta per i cittadini, in particolare quelli che vivono nelle zone più isolate. Sono passati più di quattro anni dal giorno dell’annuncio della svolta, ma il numero delle farmacie in Italia è rimasto più o meno lo stesso. Così il settore — che si appresta a vivere una seconda rivoluzione se passerà il ddl concorrenza, in cui si prevede un’apertura al capitale — deve ancora mettere in pratica la prima, scritta nero su bianco in una norma già approvata.

Si tratta del decreto Cresci Italia di Monti sulle liberalizzazioni, convertito in legge nel marzo 2012. Nel testo si sono cambiati i parametri per l’apertura di questi particolari esercizi commerciali. Possono essere uno ogni 3.300 abitanti e non più ogni 4 o 5.000 a seconda di dove si trovano. In più sono state introdotte una serie di eccezioni per permettere nuove aperture, in particolare in stazioni ferroviarie, aeroporti, centri commerciali. Si è stimato quindi di poter aggiungere tra le 2.500 e le 2.800 farmacie alle circa 18.000 già aperte.

Per mettere in pratica la riforma erano stati fissati tempi stretti: le sedi dovevano essere assegnate entro aprile 2013, e da quel momento i vincitori dei concorsi avrebbero avuto sei mesi per l’apertura. La storia è andata molto diversamente, assai peggio di quanto previsto.

La nuova legge aveva dato una speranza a molti giovani farmacisti e a precari di vario genere, che insieme avrebbero potuto anche creare società per partecipare ai bandi. «Il concorso si prestava a ricorsi già per come è stato impostato, basato solo sui titoli. Le Regioni dovevano coordinarsi con i Comuni per individuare le nuove sedi e ci hanno messo molto più del previsto. Insomma: un disastro». Davide Gulotta è il presidente della Federazione nazionale parafarmacie, organismo che rappresenta tanti farmacisti che hanno partecipato ai bandi.

I rallentamenti hanno riguardato vari momenti del percorso che porta all’assegnazione. Intanto, in alcuni casi, Regioni e Comuni ci hanno messo anni, anche perché ci sono stati ricorsi di titolari che contestavano l’individuazione e la posizione delle nuove farmacie. Una volta risolto quel passaggio, restava da fare il concorso e stilare le graduatorie, altro momento problematico. Quando le liste dei vincitori delle Regioni erano pronte, infatti, sono partite decine di ricorsi da parte degli esclusi. In molte zone d’Italia, le graduatorie sono ancora bloccate per questo motivo.

Ad oggi, solo poche Regioni sono riuscite a fare il primo “interpello”, hanno cioè assegnato le prime sedi ai vincitori. Da lì ad aprire può volerci ancora un po’ di tempo, fino a 6 mesi, e oggi non sono più di 300 i nuovi esercizi avviati, in Toscana (circa 50), Piemonte (80), Liguria ed Emilia Romagna perlopiù. «Il sistema sta comunque iniziando a muoversi. Del resto, non possono aprire tutti lo stesso giorno», dice Annarosa Racca di Federfarma. Assai meno ottimista è una farmacista abruzzese che nel 2012 ha fatto domanda per il concorso, ancora fermo nella sua Regione. In una lettera a Repubblica parla di «fase di stallo deprimente. Dopo quattro anni è insostenibile poter ancora fare affidamento sull’eventualità che a breve la situazione si sblocchi».

Ma il settore è scosso ormai da tempo da un altro problema. Il ddl concorrenza, approvato alla Camera e ora in discussione nella commissione Industria, commercio e turismo del Senato, prevede tra l’altro di far entrare società di capitali nelle farmacie, che oggi possono essere solo di proprietà di farmacisti. Inoltre, si cancella il tetto massimo di 4 licenze per titolare. Il timore di molti, come Gulotta, è che si creino degli oligopoli. «Se i capitali servono a rinforzare il sistema va bene — dice Racca — Ma bisogna evitare che assumano il controllo, perché la logica commerciale non deve prevalere su quella sanitaria. Auspichiamo che vengano approvatigli emendamenti che prevedono una percentuale massima di farmacie nelle mani del capitale, e quindi delle multinazionali, a livello provinciale, regionale o nazionale ».

Repubblica – 30 maggio 2016 

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