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Nuovo tetto agli stipendi dei manager pubblici. Ma cresce il numero di società escluse

Il taglio del 25% in vigore dal prossimo rinnovo. Fuori Poste e Fs, ora anche le controllate di Eni, Enel e Finmeccanica. Il governo aveva promesso una “correzione”, dopo il pasticcio della Camera.

Ma dal Senato il tetto agli stipendi dei manager pubblici rischia di uscire ancora più debole. L’emendamento al decreto Fare depositato dall’esecutivo nelle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio del Senato prevede infatti un sistema “differenziato”, che distingue tra società non quotate controllate da società con titoli azionari quotati rispetto a quelle controllate da società emittenti altri strumenti finanziari. Il criterio adottato alla Camera, che aveva “salvato” le società che svolgono servizi di interesse generale come Sogei, Sogin, Poste, tutto il gruppo Fs, Anas, o le società pubbliche locali come Atac e Eur Spa, viene quindi cassato. Con la nuova formulazione però il tetto non si applicherebbe alle società controllate da una quotata, quindi tutte le realtà delle galassie Eni e Finmeccanica. E neppure a quelle che emettono titoli su mercati regolamentati, comprese le Poste e le Ferrovie. Di fatto una platea più ampia.

AL PRIMO RINNOVO – Per le altre il tetto entrerebbe in vigore a partire dal primo rinnovo del consiglio di amministrazione: il compenso dei manager, si legge nel testo in discussione, «non può essere stabilito in misura superiore al 75% del trattamento economico complessivo del mandato antecedente». A meno che nei 12 mesi precedenti non siano già state adottate riduzioni“almeno pari” a quelle introdotte con la nuova norma. Per le società quotate capitolo a parte. Lì il tetto non si può imporre per legge quindi il testo prevede che venga sottoposta all’approvazione dell’assemblea degli azionisti una proposta in materia di remunerazione degli amministratori «conforme ai criteri richiamati», con l’obbligo per l’azionista di controllo pubblico di votare a favore.

NIENTE BONUS – La proposta di modifica prevede inoltre il divieto per tutte le società a controllo pubblico di corrispondere agli amministratori bonus, indennità o benefici economici di fine mandato. Soprattutto, la disposizione impedisce il cumulo di stipendi: se a un manager vengono affidati incarichi aggiuntivi nella società o in una sua partecipata continuerà a ricevere solo lo stipendio base. Ancora una volta però, sarebbero escluse quelle che emettono titoli quotati e le loro controllate. Sull’emendamento si dovranno ora esprimere le commissioni. Il consenso dei partiti non è unanime: il gruppo di Scelta civica, per esempio, preferirebbe tornare al testo originario, precedente alle modifiche introdotte alla Camera.

Il Sole 24 Ore – 3 agosto 2013 

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