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Ordini. L’Albo perde potere di punire. Rebus commissioni disciplina

Sganciare le norme sulle professioni dalle attività economiche. Trasformare il comma 5 dell’articolo 3 del decreto legge sulla manovra di Ferragosto in un capitolo autonomo, il 3-bis

Distinguendo quindi «l’abrogazione alle indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle attività economiche» dalla «regolamentazione delle professioni».

Uno o forse due gli emendamenti che il senatore Giuseppe Valentino (Pdl) potrebbe presentare in commissione Giustizia al Senato, in sede di conversione del decreto. «Stiamo ancora facendo delle valutazioni – ha detto Valentino – ma è chiaro che le professioni, come è ora nel testo, non sono assimilabili alla riforma dell’articolo 41 della Costituzione e alle regole della libertà di impresa». A premere per modificare la norma sarebbero avvocati, notai e medici.

«L’articolo 3 – spiega il presidente dell’Oua, Maurizio de Tilla – sembra innocente. In realtà colloca le professioni nell’area delle attività economiche, senza tutelare le professioni costituzionalmente garantite. Fermo restando l’esame di Stato e alcune peculiarità, siamo assimilati a realtà d’impresa. Premessa giuridica per un successivo intervento aggressivo di liberalizzazione».

Se il potere di punire gli iscritti scorretti o inadempienti è sempre stato uno degli obiettivi e dei punti di forza di un Ordine professionale, la manovra modifica questo assetto. L’articolo 3, comma 5 (lettera f) stabilisce la separazione delle funzioni di disciplina da tutte quelle amministrative esercitate dagli Albi, sia a livello locale che nazionale.

In buona sostanza, gli Ordini perdono l’esercizio delle tipiche funzioni giurisdizionali nei confronti dei propri iscritti cedendole a organismi di categoria “terzi” e autonomi. Sin qui, la lettura della norma è chiara. Meno evidente è, però, quando e come si realizza questo passaggio.

Poiché il decreto legge 138/2011 stabilisce che entro 12 mesi dalla pubblicazione in Gazzetta gli ordinamenti professionali dovranno prevedere l’istituzione dei nuovi organi, è molto probabile che per rendere operativa la novità debbano essere modificate addirittura le leggi istitutive delle singole professioni. Ciò, ovviamente, a meno di non voler ipotizzare una delega implicita ai ministeri per operare in tal senso, come si prevede al comma 10 dello stesso articolo 3. In questo caso, le innovazioni potrebbero essere disposte con “semplici” decreti ministeriali.

Data la situazione, è necessario che in fase di conversione la norma contenuta sia ulteriormente affinata, stabilendo, oltre che il percorso per arrivare alla piena riforma, anche ulteriori linee guida da seguire.

Per adesso, è certo che non sarà possibile cumulare la carica di consigliere d’Ordine locale o nazionale con quella dei “consigli di disciplina”. Ma non è chiaro come si entrerà a far parte di questi organismi disciplinari e se potranno (dovranno) comporli professionisti appartenenti allo stesso Albo o se debba adottarsi la piena “laicità” dei giudici disciplinari. Quest’ultima posizione richiederebbe maggiori oneri (non solo organizzativi), per creare nuovi uffici (amministrativi o giurisdizionali veri e propri, dato che quella del procedimento disciplinare interno a molte professioni non è una giurisdizione piena).

Se, invece, si vorrà continuare a perpetrare la “giurisdizione interna”, bisognerà stabilire se le funzioni dei consigli di disciplina sono elettive o di diversa natura. In altre parole, il legislatore deve stabilire subito (e in maniera inequivoca) se questi organismi sono eletti dagli iscritti, dai consigli degli Ordini o se sono nominati dal ministero vigilante o altro soggetto costituzionale.

Secondo Marina Calderone, presidente dei consulenti del lavoro e del Cup «servirà una legge che, entro 12 mesi, modifichi gli ordinamenti di tutto il comparto professionale. È una norma voluta, prosegue Calderone, «che dà la dimensione della serietà nel voler evitare ogni percezione di commistione tra organo amministrativo e giurisdizionale».

Credo, ha concluso, «che debbano essere gli iscritti a dover eleggere i colleghi dell’organo disciplinare. Ma vedremo cosa ne pensa il ministero di Giustizia».

ilsole24ore.com – 18 agosto 2011

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