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Padova. Danno da un milione all’Usl: «Colpa della burocrazia». Corte dei conti, la procura indaga 6 dirigenti, ma i giudici: citazione incompleta, va annullata

La Corte dei conti si arrende alla burocrazia: costretta ad alzare bandiera bianca di fronte a un «evidente rimpallo di responsabilità», che dimostra come a volte negli enti pubblici ciascun dirigente possa permettersi di «restare inerte» nella convinzione che spetti a qualcun altro risolvere i guai.

Il risultato, è un danno da un milione di euro alle casse dell’Usl di Padova che nessuno (salvo colpi di scena) risarcirà. Un danno provocato da «responsabilità diffuse» imputabili a «buona parte dei soggetti responsabili delle strutture amministrative». Ma visto che la procura contabile non ha saputo ripartire con precisione le colpe per ciascuno dei sei manager pubblici coinvolti, i giudici hanno dichiarato nulla la citazione.

Un’inchiesta durata anni viene quindi azzoppata e a pagare, anche stavolta, rischiano di essere i contribuenti.

La sentenza è stata depositata venerdì alla Corte dei conti del Veneto. Nel mirino della procura erano finiti sei dirigenti dell’Usl 16 di Padova (dall’ex dirigente dell’Area Finanza all’ex direttore del Dipartimento per la gestione dei servizi) accusati di non aver assunto «iniziative di reazione a fronte di reiterati inadempimenti degli obblighi incombenti su un soggetto concessionario». La società veneta Coges Srl, che gestiva il bar e l’edicola dell’Ospedale Sant’Antonio di Padova e il bar del complesso sociosanitario «Ai Colli», sempre nel capoluogo, non avrebbe pagato per intero i canoni per la concessione dei locali.

«La Commissione di verifica interna nominata dal direttore generale il 17 febbraio 2011 – si legge nella sentenza – accertava un credito all’Usl derivante da fatture insolute per la gestione del bar al presidio di Sant’Antonio per un ammontare di 763mila euro». Discorso simile per l’edicola (fatture insolute per 56mila euro) e per il secondo bar (27mila euro), ai quali occorre aggiungere quasi 200mila euro tra interessi e cauzioni mai versate. Ma soprattutto emergeva, da parte dei dirigenti pubblici, «il mancato ricorso alla procedura di riscossione coattiva, l’intempestivo incameramento del deposito cauzionale e la mancata richiesta del risarcimento danni».

A quanto pare, la Coges (che poi è fallita) non pagava e nessuno dell’Usl è riuscito a imporglielo.

La procura della Corte dei conti, ha quindi ricostruito l’intero iter, acquisendo gli scambi di e-mail e di solleciti tra i vari manager dell’Usl e i vertici della società. Sentiti dagli inquirenti, c’è chi si è difeso spiegando che pretendere quelle somme «non era di sua competenza», chi scaricando ogni colpa sull’ufficio accanto, e chi spiegando che in quel periodo si trovava in ferie o in congedo.

«Le fatturazioni erano regolari solo fino al 2004 – è la tesi dell’accusa – invece dall’aprile di quell’anno fino al maggio 2010 gli uffici dell’Usl 16 si sono limitati a inviare solleciti lasciando lievitare il credito dell’azienda sanitaria verso la ditta concessionaria»

I magistrati hanno rilevato «una situazione di burocratica inefficienza che è all’origine dell’inerzia che, oggettivamente, ha determinato l’ingente danno erariale nella vicenda in esame. Proprio questa inerzia, che è resa evidente dal rimpallo di responsabilità, ha impedito l’avvio delle iniziative necessarie da parte dell’amministrazione al fine della risoluzione contrattuale per inadempimento della Coges Srl».

Fin qui l’accusa. Il processo si è però concluso prima ancora di cominciare, visto che i giudici hanno accolto l’eccezione formulata dagli avvocati Luigi Garofalo e Silvia Viaro: la procura non è stata in grado di quantificare il danno cagionato da ciascuno dei sei manager. Dire che le «responsabilità sono diffuse», mettendo tutti sullo stesso piano e senza precisare «quali obblighi di servizio siano stati violati da ciascuno», non è abbastanza per chiedere che siano condannati. Per questo «il Collegio ritiene che l’atto di citazione sia nullo», si legge nella sentenza.

La procura ora potrà fare ricorso. Ma la prescrizione incombe e intanto all’appello continua a mancare quel milione di euro.

Andrea Priante – Corriere del Veneto – 2 settembre 2014 

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