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Partecipate pubbliche, è fuga dai tagli. Nel decreto le Regioni riescono a salvare le loro finanziarie. Il nodo del trasporto locale e la resistenza degli enti

Un “8000” più facile da scalare che da spianare. La montagna himalayana delle partecipate pubbliche – 8893 l’ultimo dato ufficiale al 2014, persino in aumento da quando è iniziato il processo di razionalizzazione – dovrebbe ridursi ben sotto le 4 mila unità nel giro di un anno, grazie agli effetti del decreto approvato ieri. Ma il “si salvi chi può” è partito con congruo anticipo.

Nei piani di razionalizzazione che presenteranno nei prossimi sei mesi le amministrazioni dovrebbe esserci la liquidazione di 5 mila società (oltre 2 mila con più amministratori che dipendenti, più le altre che non raggiungono il milione di euro di fatturato e quelle con quattro esercizi in perdita negli ultimi cinque). Ma la task force prevista al ministero del Tesoro per monitorare l’applicazione del piano (tutto in un anno) dovrà fronteggiare diverse forme di resistenza. Già prevista quella “passiva”, con le amministrazioni che non rispondono o lo fanno in ritardo. In questo caso il decreto impone sanzioni fino a 500 mila euro. Più difficile da fronteggiare però sarà quella attiva, con governatori e sindaci pronti a spiegare grazie a fior di pareri legali perché una società deve sopravvivere. Nello stesso decreto c’è già una lista di esentati, una decina di controllate dal ministero del Tesoro e 25 finanziarie che le Regioni hanno definito «organismi fondamentali nella gestione dei fondi pubblici e nell’erogazione di finanziamenti agevolati».

La prospettiva di ottenere risparmi immediati alla spesa pubblica sfoltendo le partecipate da 8 mila a mille, presentata dall’allora commissario alla spending review Carlo Cottarelli (e inserita nella legge di stabilità del 2015) si è rivelata impraticabile. Il decreto attuale ha un obiettivo diverso: far sparire le “scatole vuote” e riportare all’interno dell’amministrazione società che svolgono attività strumentali agli enti locali. Capitolo a parte è il trasporto locale, settore in perdita cronica (nonostante 17 miliardi di contributi pubblici in 5 anni), ma per il quale servirà una disciplina ad hoc. Già un grande successo sarebbe chiudere il capitolo delle avventure imprenditoriali «in settori non istituzionali ». Uno studio Mediobanca sugli 85 gruppi più grandi mostra che quando si tratta di servizi pubblici (strade, energia, rifiuti, aeroporti), Comuni e Regioni guadagnano bene, ma sul resto la politica ha pessimo fiuto: 2,1 miliardi di perdite cumulate nel periodo 2010-14. Nonostante questo il Comune di Roma ha la sua compagnia assicurativa, a Brescia e in Toscana resistono le Centrali del latte pubbliche, Milano si occupa di ristorazione, la Sicilia di pulizie, Trieste ha la sua società informatica. Tutto dovrebbe essere ceduto o chiuso. E qui scatterà la corsa alle eccezioni. Il Veneto ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro le ingerenze del governo in tema di società locali, ma è stato sconfitto. Un buon banco di prova saranno le assicurazioni di Roma, Adir. Controllate dal Comune (Atac e Ama soci di minoranza), dopo un tentativo di vendita fallito sono state messe in liquidazione. A gennaio Tronca rinnovò il contratto con il plauso del Movimento 5 Stelle, allora all’opposizione. La motivazione? «Impossibile trovare qualcuno che si assuma il rischio di assicurare gli autobus Atac a prezzi più bassi».

Repubblica – 12 agosto 2016 

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