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Pensione anticipata, nuova proposta. Assegno tagliato fino al 6 per cento. Il governo studia un’alternativa al ricalcolo dell’importo con il metodo contributivo

Andare in pensione prima, ma ricalcolando l’assegno in base ai contributi versati, comporterebbe un taglio di un terzo della pensione lorda, un quinto di quella netta. In soldi, il pensionato potrebbe perdere un importo che va da 50 mila a 80 mila euro netti – a seconda dei casi – con un’attesa di vita media a 82 anni. E scivolare, dopo anche 36 anni di lavoro, sotto i 780 euro mensili della pensione di cittadinanza. Inaccettabile per i sindacati, attesi oggi al terzo cruciale tavolo con il governo sulla flessibilità in uscita. Tradotto: superare Quota 100 e riscrivere la legge Fornero.
Ecco perché l’esecutivo medita una controproposta: sostituire il ricalcolo contributivo con una penalizzazione per ciascun anno di anticipo dell’uscita. Potrebbe essere il 2% all’anno ipotizzato anni fa dall’ex deputato pd Cesare Damiano. L’asticella non è stata fissata, ma è chiaro che il governo non intende riformare la Fornero spendendo più di quanto impegnato per Quota 100: circa 28 miliardi in dieci anni. «Potrebbe essere una strada», ragiona il sottosegretario pd all’Economia Pier Paolo Baretta. «Se vuoi andare via prima, ad esempio a 64 anni con 36 o 38 di contributi, hai una penalità». Penalità più conveniente del ricalcolo: per tre anni di anticipo si perde il 6% anziché il 30%.
A dare nuova linfa al confronto, ecco i calcoli dell’Osservatorio previdenza della Fondazione Di Vittorio della Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini non simula casi astratti. Parte dai cedolini di alcuni lavoratori “misti” che si ritrovano cioè fino a 18 anni di contribuzione prima dell’1 gennaio 1996, allorquando la riforma Dini li ha traghettati nel sistema contributivo (pensione calcolata in base ai contributi versati). L’Osservatorio simula cosa succederebbe nel caso in cui il governo decidesse di consentire di andare in pensione a 64 anni – anziché i 67 della Fornero – ma con il ricalcolo – effettuato in base ai criteri usati dall’Inps per “Opzione donna” – anche di quel pezzetto di carriera ante 1996 che ricade nel retributivo (pensione parametrata agli ultimi stipendi). «Un metalmeccanico di terzo livello, ad esempio, con 23 mila euro di retribuzione a 64 anni e una carriera lavorativa piatta, senza cioè salti di stipendio, passerebbe da 1.145 a 801 euro di pensione lorda con un taglio del 30%», spiega Ezio Cigna, responsabile della previdenza pubblica della Cgil. «La pensione netta scenderebbe da 952 a 732 euro al mese, meno di quella di cittadinanza e dopo 36 anni di lavoro. In totale rinuncerebbe a 51.480 euro netti dai 64 anni fino agli 82».
Il taglio è tanto più severo quanto maggiore sono gli anni da ricalcolare ante 1996 (fino a 18). Molto penalizzante per i part-time. «Noi continuiamo a proporre un’uscita per tutti dai 62 anni e senza ricalcolo, prevedendo aiuti per donne, lavoratori discontinui, precoci, gravosi e usuranti», aggiunge Roberto Ghiselli, segretario confederale Cgil. Parola al tavolo con il governo.
Repubblica

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