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Pensioni, ecco i rimborsi recupero non oltre il 35%. Da lunedì 3, con la mensilità di agosto gli arretrati per la mancata rivalutazione. L’adeguamento ad assegni tra 1.405 e 2.810 euro

Il momento della verità arriverà lunedì: dopo annunci, decreti, circolari, 3,7 milioni di pensionati vedranno finalmente di persona il rimborso per la mancata rivalutazione degli anni 2012 e 2013. Con la mensilità di agosto, dovuta il primo del mese ma effettivamente versata il 3 per la coincidenza con il fine settimana, l’Inps metterà in pagamento gli arretrati riconosciuti dal governo e provvederà ad adeguare – in misura ancora più parziale – l’importo mensile della pensione, che poi avrà un altro piccolo ritocco verso l’alto dal gennaio del prossimo anno.

L’effetto sarà naturalmente visibile, in particolare quello dell’importo arretrato liquidato una tantum. Ma il recupero reale è comunque parziale: non va oltre il 35 per cento delle somme che gli interessati avrebbero percepito se i trattamenti pensionistici fossero stati pienamente rivalutati in base alla legge in vigore prima del 2011: anno in cui il governo Monti, nel pieno dell’emergenza finanziaria, decise il blocco dell’adeguamento all’inflazione per le pensioni di importo lordo superiore a tre volte il minimo. Un blocco drastico che all’inizio di quest’anno è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale. Nel correre ai ripari, l’esecutivo attuale si è però trovato d fronte all’esigenza di bilanciare le esigenze dei pensionati con quelle dei conti pubblici che non avrebbero potuto sostenere un esborso di 17,6 miliardi per il solo 2015 (in caso di recupero totale). L’impatto finanziario sarà molto più limitato e pari a 2,8 miliardi quest’anno, che scendono a 2,2 se si considera che i rimborsi sono comunque tassati. Dunque tutti i pensionati ottengono solo una piccola parte delle somme a cui avrebbero avuto teoricamente diritto; un po’ meno penalizzati risultano coloro che godono di un assegno relativamente più basso.

IL MECCANISMO DI CALCOLO Nel dettaglio, il nuovo meccanismo riguarda coloro che nel 2011 avevano una pensione mensile lorda superiore a 1.405 euro (ovvero tre volte il trattamento minimo di quell’anno) e non superiore a sei volte, dunque 2.810 euro sempre lordi. Al di sopra delle tre volte, la rivalutazione era già stata riconosciuta in pieno a suo tempo, mentre al di sopra delle sei i pensionati non recupereranno comunque nulla, nemmeno parzialmente. Lo schema di calcolo è piuttosto complicato. La perequazione è riconosciuta relativamente al 2012 e al 2013 per il 40 per cento dell’effettivo tasso di inflazione di quegli anni (rispettivamente 2,7 e 3 per cento) per i trattamenti compresi tra tre e quattro volte il minimo; la percentuale scende al 20 per cento per quelli tra le quattro e le cinque volte e al 10 per quelli compresi tra le cinque e le sei. Ma tutto ciò vale solo per gli aumenti che sarebbero stati pagati nei primi due anni. L’adeguamento avrebbe avuto effetti anche sui successivi 2014 e 2015, sommandosi a quelli derivanti dal differente meccanismo adottato dal governo Letta. Per quegli anni però la perequazione viene riconosciuta solo al 20 per cento delle percentuali precedenti (quindi 20 per cento del 40 per cento e così via). Nel 2016 infine la pensione sarà ricostruita applicando per il 2012 e 2013 una rivalutazione pari alla metà delle stesse percentuali. Ecco quindi che il recupero reale, rispetto a quello massimo teoricamente possibile, arriva intorno al 35 per cento per gli assegni tra i 1500 e i 2.000 euro mensili e poi scende al 10-11 per cento in prossimità della soglia massima dei 2.800 circa. Una pensione di 1.500 euro si vedrà riconosciuti 796 euro invece di 2.294, una di 2.000 ne avrà 530 invece di 2.982, una di 2.800 infine 370 contro 3.330.

LA VIA DEI RICORSI Tutte le somme indicate fin qui sono lorde. Ma anche sugli arretrati (come sulle nuove pensioni a regime) verrà applicata la tassazione. Per la quota di una tantum relativa al 2012, 2013 e 2014 il prelievo è quello riservato agli importi arretrati, determinato in base all’aliquota media effettiva dei due anni precedenti (un po’ meno del 20 per cento per i trattamenti più bassi); per la parte che si riferisce al 2015 si applica invece l’Irpef ordinaria.

La soluzione messa a punto dal governo lascerà naturalmente insoddisfatti molti degli interessati, ed una parte di loro considererà – se non lo ha già fatto – l’ipotesi di rivolgersi a un giudice. Qualora quest’ultimo decida di rinviare di nuovo la questione alla Corte costituzionale, bisognerà attendere un ulteriore pronunciamento: il governo ritiene comunque di avere accolto le indicazioni della Consulta anche con una rivalutazione molto parziale.

Il Messaggero – 30 luglio 2015 

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