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Pensioni, la trattativa (e le ipotesi) per alleggerire il vincolo dei 67 anni. Le pressioni del Pd. Le vie: sconto di tre mesi o blocco per le attività gravose

La posizione ufficiale del governo resta la stessa: il meccanismo che lega l’età della pensione alla speranza di vita non si tocca e quindi nel 2019 la soglia dovrebbe salire a 67 anni, cinque mesi in più rispetto a oggi. Ma dietro la linea della fermezza la trattativa è in corso. E ha subito una robusta accelerazione qualche giorno fa quando l’azionista di maggioranza del governo, il segretario del Pd Matteo Renzi, ha fatto sapere che sulle pensioni un segnale ci vuole. Perché il tema è popolare come pochi e la decisione sull’innalzamento oppure no arriverà entro la fine dell’anno, dunque a pochi mesi dal voto per le prossime Politiche. Cosa potrebbe succedere?

Sembra esclusa l’ipotesi di modificare la legge che lega l’età pensionabile alla speranza di vita: il principio dell’adeguamento non si tocca anche perché metterlo in discussione creerebbe un caso con Bruxelles che in questo momento nessuno vuole aprire. Le strade possibili sono due. La prima è quella di un aumento dell’età pensionabile più contenuto rispetto a quello finora ipotizzato. Non di cinque mesi ma di un paio al massimo, arrivando così nel 2019 a una soglia di 66 anni e 9 mesi. Lo sconto costerebbe quasi un miliardo di euro l’anno, non un dettaglio visto il sentiero stretto della prossima Legge di Bilancio. Come giustificarlo? Lo scoglio è superabile. Per definire la nuova età della pensione bisogna tener conto dell’andamento della speranza di vita nel periodo 2014/2016. Nel 2015 la speranza di vita si è accorciata mentre negli altri due si è allungata. Ma i primi mesi di quest’anno sembrano segnare una nuova, e forte, diminuzione. È vero che i dati del 2017 in teoria sono fuori dal calcolo. Ma potrebbero essere utilizzati come «alibi» per un aumento più morbido.

La seconda ipotesi sul tavolo ha un profilo più basso. Bloccherebbe l’aumento dell’età pensionabile, lasciandolo a 66 anni e sette mesi anche nel 2019, solo per chi svolge le cosiddette attività gravose, come i maestri d’asilo o gli infermieri. Sono le stesse categorie che hanno diritto all’Ape social, l’anticipo pensionistico che consente di lasciare il lavoro tre anni prima del previsto. È una strada più semplice visto che il blocco parziale è già previsto per chi svolge le attività usuranti, come i minatori, ancora più pesanti di quelle gravose. Ma senza dubbio meno spendibile nella prossima campagna elettorale.

La scelta definitiva tra le due ipotesi non è stata ancora fatta. E nel frattempo il governo continuerà a difendere pubblicamente la linea della fermezza. Ma il messaggio di Renzi è stato chiaro e sarà difficile lasciarlo cadere nel vuoto. Anche perché a premere non ci sono solo i sindacati ma anche diversi partiti decisivi per far passare al Senato la prossima Legge di Bilancio. I primi a chiedere un intervento erano stati i due ex ministri del Lavoro Cesare Damiano e Maurizio Sacconi. Con il primo che sottolinea come «i segnali di riduzione della speranza di vita siano dovuti anche all’aumento della povertà e al fatto che le persone rinunciano a curarsi». E il secondo che chiede «misure aperte a tutti, che non creino nuove divisioni tra chi deve andare in pensione».

Lorenzo Salvia – Il Corriere della Sera – 6 settembre 2017

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