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Pensioni, sui contributi tetto minimo di 36 anni, ma si sforerà quota 100. Chi ha 65 anni di età non potrà andarsene con 35 di versamenti

Una quota 100 “mobile”. Si potrà anticipare la pensione, uscendo a 62 anni e 38 di contributi. A 63 anni e 37 di contributi. A 64 anni e 36 di contributi. Ma arrivati a 65 anni la somma dei due requisiti – età anagrafica e contributiva – non farà più 100, come in questi tre casi. Perché il minimo di contributi richiesto sarà fissato a 36. E dunque si uscirà a 65 anni e 36 di contributi, a quota 101. E poi a 66 anni e ancora 36 di contributi, dunque a quota 102.
Non solo. La mobilità impatterà anche sull’età per andare in pensione. I 62 anni che il governo si appresta a inserire nella legge di Bilancio resteranno tali fino al 2021, quando per andare in pensione prima ci vorranno 62 anni e 3 mesi. Nel 2023 62 anni e 6 mesi.
E così via per tutti gli scaglioni successivi d’età. Si terrà cioè conto della vita che si allunga, registrata dall’Istat e recepita dal sistema previdenziale italiano ogni due anni.
Niente è come sembra, dunque, in questa “quota 100” così cara alla Lega e ormai sponsorizzata anche dai Cinque Stelle. Il motivo di tanta flessibilità creativa – al punto da inaugurare anche “quota 101” e “quota 102” – è nella coperta corta dei conti pubblici. I soldi sono pochi. Mentre la platea potenziale degli interessati assai ampia, anche mezzo milione di persone. Ecco spiegate le dichiarazioni dei giorni scorsi del leader leghista e vicepremier Matteo Salvini: «Consentiremo a 300-400 mila persone di andare in pensione prima». Fino a 5 anni prima, considerato che l’età per la pensione di vecchiaia dal 2019 è quella della legge Fornero: 67 anni.
L’idea di fissare a 62 anni il requisito anagrafico minimo e a 36 anni quello contributivo minimo consente di restringere la platea di pensionati “anticipati” a circa 300 mila persone. Per una spesa comunque non piccola: 8 miliardi il primo anno, 13 miliardi il secondo, tra 16 e 17 miliardi dal sesto anno quando la spesa si stabilizza. Numeri mostruosi, depositati sul tavolo dei vertici politici di questi giorni a Palazzo Chigi. Di qui l’idea della “quota mobile”, una sorta di clausola di salvaguardia. L’età anagrafica non deve rimanere bloccata – i 62 anni – ma adeguarsi all’aspettativa di vita, che di norma si allunga di tre mesi ogni due anni. In questo modo la spesa si riduce di molto. Basterà ad avere il via libera del ministro Tria? In altre parole, riuscirà questa misura a non sfasciare i conti? Forse no. Ecco perché, tra i tanti, avanza anche un piano B. Riservare lo schema di quota 100 e sorelle (quota 101 e quota 102) solo ad alcune categorie deboli. Gli esodati rimasti fuori da tutte le salvaguardie, al massimo 5 mila. Le donne. Gli esuberi aziendali.
Le categorie sociali svantaggiate ora protette dall’Ape sociale che verrebbe cancellata e rimpiazzata dalle “quote”. La platea si ridurrebbe a circa 30 mila persone, il 10% dell’altra sin qui pubblicizzata da Salvini. Ma il costo, a quel punto tra i 2 e i 3 miliardi, sarebbe di certo più sostenibile. Bisognerebbe però spiegare all’elettorato femminile perché l’opzione donna, finita nel contratto di governo e in grado di garantire un’uscita a 57 anni e 35 di contributi, salta. E motivare il peggioramento dei requisiti di uscita anticipata dal lavoro anche alle categorie beneficiarie dell’Ape sociale. Oggi possono andare in pensione a 63 anni con 30 o 36 anni di contributi, a seconda dei casi. Con le quote dovrebbero aspettare o avere più versamenti.
Non solo. In questo piano B, ai 30 mila arriverebbe una pensione ricalcolata col contributivo, dunque in media più bassa del 10-15%. Uno stratagemma per incentivare l’utilizzo dei fondi di solidarietà e di esubero delle aziende, sul modello di quanto fatto nel settore bancario e assicurativo, tra gli altri. L’alternativa per il pensionando sarebbe uscire a 62 anni e 38 di contributi con l’assegno tagliato dal ricalcolo.
Oppure a 62 anni e 35 di contributi e senza ricalcolo, grazie alla soluzione aziendale.
Il piano B verrebbe presentato da Salvini come «un tampone per le situazioni di emergenza», spiega una fonte del governo.
L’antipasto della “cancellazione” della Fornero vera e propria, da compiersi nel 2020. Troppo poco, considerato l’anno elettorale alle porte?
Probabile. Come pure è scontato attendersi infiniti ritocchi al pacchetto previdenziale. Prima e dopo l’inserimento in finanziaria. Gli unici a non sapere ancora quando e come andare in pensione nel 2019 sono gli italiani.
LA REPUBBLICA

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