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Pensioni verso un rimborso in due tappe. Decreto atteso per venerdì. Perde quota l’ipotesi di penalizzazione dei baby pensionati

di Davide Colombo. Subito l’adeguamento delle pensioni oltre tre volte il minimo sulla nuova base dell’indicizzazione ottenuta con il recupero degli anni 2012 e 2013 (4,2 punti di inflazione in termini cumulati) e pagamenti degli arretrati tra qualche mese, dopo l’assestamento di bilancio e rispettando in ogni caso l’obiettivo di un deficit/Pil nominale non oltre il 2,6% a fine anno.

I rimborsi verrebbero effettuati dunque in due tappe, con un criterio di gradualità e tenendo conto delle fasce di reddito utilizzando il famoso “tesoretto” del 2015, ottenuto dal differenziale tra deficit tendenziale e programmatico. Resta questo lo schema entro cui sarà definito il decreto legge sulle pensioni che dovrebbe essere varato venerdì, un’ipotesi che ieri fonti dell’Economia continuavano a dare per «molto plausibile» ma non ancora certa.

Niente tagli ai pensionati «baby»

I tecnici governativi lavorano alla composizione dell’intervento in contatto con i colleghi dell’Inps. Allo stato sarebbe uscita di scena l’ipotesi di un progressività dei rimborsi basata anche sul calcolo dei contributi versati, per esempio con una penalizzazione delle baby pensioni. Perché si introdurrebbe con questa strada un’ulteriore distinzione tra diversi trattamenti capace di portare fuori dal sentiero segnato dalla sentenza n. 70 della Consulta. Ma nulla è ancora del tutto escluso o deciso (siamo nel novero delle ipotesi) e il calcolo dei rimborsi progressivi anche sulla base dei contributi versati resta la richiesta del sottosegretario Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica. Così come è ancora da fissare l’asticella dei rimborsi: si oscillerebbe tra i 3,3 miliardi e i 4,5 miliardi, immaginando come coperture le eventuali maggiori entrate tributarie che potrebbero determinarsi in corso d’anno. Molto lontano, dunque, da un esborso pari a un punto di Pil se si applicasse in maniera piatta la sentenza.

I vincoli Ue

Ieri il ministro Pier Carlo Padoan ha ripetuto a Bruxelles che si troverà una soluzione «in armonia con i dettami della sentenza della Corte costituzionale e che rispetterà i parametri che stanno già nel Def». Mentre il collega Giuliano Poletti, intervistato a Radio Vaticana, ha chiarito che la decisione finale «equa, coerente con la sentenza e sostenibile per i conti pubblici» sarà assunta con una valutazione collegiale del Consiglio dei ministri:?«Cosa faremo lo comunicheremo nel momento in cui saranno state fatte tutte le analisi, con tutte le simulazioni del caso, perché la materia è complessa e peraltro non riguarda solo il passato» ma «anche i trascinamenti che questa situazione produrrà in prospettiva futura». È ancora da confermare un’informativa del Governo sull’impatto della sentenza sulle pensioni e di quella di febbraio sulla Robin tax in commissione Bilancio al Senato per la giornata di domani.

Pagamenti a inizio mese

Nel decreto pensioni potrebbe entrare anche la norma attesa in Inps per far scattare l’allineamento dei pagamenti di tutte le prestazioni il primo del mese:?l’operazione riguarda circa due milioni di pensionati che oggi ricevono l’assegno il 10 del mese per effetto di una norma introdotta dalla legge di Stabilità. Lo spostamento di date produrrà per l’Istituto un aggravio in termini di interessi che verrà completamente compensato con una riduzione dei costi per i bonifici – come da intesa con banche e Poste – su un flusso di cassa mensile di circa 4 miliardi. Prima di adottare una decisione bisognerebbe prima ascoltare i sindacati e il Parlamento, ha detto ieri il presidente della Commissione Lavoro, Cesare Damiano. «Sulle pensioni – ha detto la segretaria dello Spi Cgil, Carla Cantone – siamo ancora in attesa di essere ricevuti dal ministro Poletti. La sentenza deve essere applicata, ma siamo disponibili a ragionare su una gradualità, anche lunga, per quanto riguarda gli arretrati». Un’ipotesi, quella prospettata dalla Cantone, che ha più di un precedente in Inps. Il più importante, che riguardava la doppia integrazione al minimo adottata per rispettare una doppia sentenza della Consulta a metà degli anni Novanta, fece scattare un rimborso a rate durato più di cinque anni.

Il Sole 24 Ore – 12 maggio 2015 

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