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Pfas nell’acqua, caso in tv. Nella Bassa aumenta l’allarme. Scuole tempestate di chiamate. Frutta e ortaggi inquinati? Le associazioni agricole: pronte a chiedere danni

Luca Fiorin. Allarme Pfas: i genitori ora incalzano le scuole. Questa settimana, infatti, in varie strutture scolastiche della Bassa, per prime quelle in cui gli allievi usufruiscono di un servizio mensa, si sono scatenate, o riaccese, discussioni legate all’uso dell’acqua pubblica. Una situazione che è chiaramente legata alla paura che i ragazzi bevano acqua di rubinetto, la quale è ufficialmente potabile ma, evidentemente, non è considerata da molti sicura.

D’altronde a rinfocolare i timori ci ha pensato un lungo e articolato servizio televisivo trasmesso martedì sera da Italia 1 nel programma Le Iene. L’inchiesta ha ripercorso, in poco più di venti minuti, la storia della contaminazione delle acque di falda e superficiali che interessa da decenni l’area posta a cavallo fra le provincie di Verona, Vicenza e Padova di cui fanno parte anche 13 Comuni della Bassa. A circa tre anni e mezzo dal giugno del 2013, il mese nel quale, grazie a un’indagine compiuta su indicazione dell’Unione europea, è emersa la presenza dell’inquinamento da sostanze perfluoro-alchiliche, c’è insomma un nuovo innalzamento del livello di attenzione della popolazione.

Una situazione che in qualche caso pare addirittura volgere quasi alla psicosi e che si sta verificando in varie zone dell’area inquinata. Nel Legnaghese, ad esempio, ci sono scuole materne in cui i genitori, dopo avere imposto l’utilizzo in mensa dell’acqua in bottiglia, ora stanno discutendo anche sul modo con cui può essere garantita la disponibilità di bevande al di fuori dei pasti. «Ci sono stati incontri con le autorità sanitarie e i responsabili del servizio di acquedotto nei quali è stato spiegato ai genitori che l’acqua pubblica è a posto, ma questo non è bastato», racconta una mamma. «In questi giorni, infatti, molti genitori sono tornati all’attacco, proponendo che vengano chiusi rubinetti e fontanelle e che si trovi la maniera per garantire a ogni bambino una sua bottiglia d’acqua a disposizione».

D’altronde, nel Colognese quasi tutte le materne hanno sui tavoli della mensa acqua in bottiglia. «E vero che ci sono state date assicurazioni che dai rubinetti esce acqua perfettamente potabile», spiega il presidente della Carlo Steeb di Cologna, Giancarlo Borin, «ma, per evitare che le preoccupazioni dei genitori diventassero troppo forti, abbiamo deciso di usare la minerale».

 Una scelta che nelle scuole materne del paese del Mandorlato è generalizzata. Adesso, però, c’è chi pone anche altri problemi. «Ad esempio ci è stato chiesto con che acqua cuciniamo i cibi, ma è evidente che, come fanno tutti, usiamo quella dell’acquedotto», afferma Borin. La situazione, insomma, è decisamente ingarbugliata. E non è un caso che ad esempio a Zimella ci siano stati non pochi contrasti, persino fra scuole private ed amministrazioni pubbliche, in merito all’utilizzo o meno dell’acqua di rubinetto all’ora di pranzo. Il problema, in fondo, pare essere almeno in parte riconducibile alla complessità della materia ed al fatto che ancora adesso manchino provvedimenti normativi specifici che abbiano validità a livello nazionale.

Il fatto che l’emergenza Pfas costituisca una novità per l’Italia, e che per questo sia oggetto di misure di natura quasi sperimentale, e che le verifiche sullo stato della contaminazione del territorio, degli alimenti e sulla salute della gente abbiano tempi molto lunghi, non genera certo tranquillità nei cittadini. Intanto, proprio in seguito al servizio delle Iene, i consiglieri regionali del Movimento Cinque Stelle hanno presentato un’interrogazione al la Giunta guidata da Luca Zaia per sapere di più dei presunti casi di abbeverata con acqua inquinata e prodotti in commercio.

Frutta e ortaggi inquinati? Le associazioni agricole: pronti a chiedere danni

II mondo agricolo collabora con i controlli già avviati che sono volti a verificare la presenza di Pfas nelle produzioni di uva, mele e mele attualmente in raccolta, ma ne teme le conseguenze. Tanto che i rappresentanti delle associazioni di categoria del settore primario già spiegano che, nel caso in cui i risultati siano negativi, sono pronti ad agire come parte lesa. “E un bene che si arrivi ad un chiarimento della situazione, e la speranza è owiamente che tutto sia a posto», afferma ¡I presidente provinciale Coldiretti Claudio Valente. «Comunque, in ballo c’è un settore economico importante, visto che la zona oggetto delle verifiche è uno dei distretti agroalimentari più importanti del Veneto, con una produzione lorda vendibile di decine di milioni di euro, e deve essere chiaro che eventuali contaminazioni non sono colpa dei produttori».

«Riteniamo una buona cosa che siano partiti i controlli», dice Andrea Lavagnoli, presidente provinciale della Confederazione italiana agricoltori, «perché ci auguriamo che riescano a sollevare i produttori da una situazione diventata insopportabile, visto che gli agricoltori ad oggi non possono sapere se i loro prodotti sono contaminati ed eventualmente invendibili. Speriamo che i risultati arrivino in tempi rapidi e da cittadini non possiamo, d’altro canto, nascondere la nostra forte preoccupazione per quanto riguarda la salubrità delle acque, comprese quelle ad uso umano».

«I test vanno fatti innanzitutto a tutela degli agricoltori», rimarca invece Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura Verona, «i quali sono stati i primi ad invocare le analisi e si augurano che esse possano rassicurare i consumatori». «Siamo inoltre in attesa dei risultati dell’Efsa, l’ente europeo per la sicurezza alimentare, che fornisce pareri scientifici sui rischi esistenti ed emergenti connessi all’alimentazione», aggiunge Ferrarese. Dopo aver ricordato che non è giusto «che, come sempre, a pagare siano gli agricoltori, per colpe altri».

L’Arena – 14 ottobre 2016

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