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Pfas, ora sono i big dell’industria a non volerli più utilizzare per evitare cause legali costose. Il caso della statunitense 3m Company

Basti pensare che una cordata di investitori che gestisce circa 8mila miliardi di dollari in asset societari, ha chiesto in modo formale a 54 aziende di porre fine all’utilizzo dei veleni. Giuseppe Ungherese (Greenpeace): “Questo è l’inizio della fine dei Pfas, gli ‘inquinanti eterni”

“Questo è l’inizio della fine dei Pfas, gli ‘inquinanti eterni’”, annuncia Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia, commentando la decisione presa da uno dei colossi industriali statunitensi. Sarà che temono danni ai bilanci dovuti alle richieste di risarcimento, ma i maggiori produttori e utilizzatori mondiali dei Pfas cominciano a preoccuparsi e a fare marcia indietro. Il colosso industriale statunitense 3M Company, uno dei primi utilizzatori delle sostanze perfluoroalchiliche in una svariata serie di prodotti, ha confermato di aver disposto l’abbandono della produzione entro il 2025. Ne fa un ampio uso, visto che produce nastri adesivi, carta (i Post-It), abrasivi, pellicole, dispositivi di protezione individuale, materiali elettrici, circuiti elettronici. I Pfas rendono il materiale resistente ai grassi e all’acqua, ma si tratta di sostanze chimiche che, una volta assorbite dall’organismo, non sono più eliminabili, diventando causa di patologie, come l’infertilità o i tumori. A spaventare le multinazionali sono le cause che possono essere avviate dai cittadini per ottenere il risarcimento dei danni o dagli enti pubblici per imporre le bonifiche che hanno costi altissimi.

Visto che sono utilizzati dagli anni Cinquanta, i Pfas hanno già causato danni enormi alla salute e all’ambiente. Negli Usa i precedenti riguardano soprattutto la DuPont, sconfitta in alcune cause legali molto onerose, condotte dall’avvocato Robert Bilott in West Virginia. Adesso sono gli investitori stessi a chiedere l’abbandono definitivo dei Pfas, promuovendo una transizione verso un’industria chimica più sostenibile, per non vedere compromessi i loro capitali. Basti pensare che una cordata di investitori che gestisce circa 8mila miliardi di dollari in asset societari, ha chiesto in modo formale a 54 aziende di porre fine all’utilizzo dei Pfas. Dando l’annuncio della marcia indietro, 3M ha spiegato che le sue vendite annuali di Pfas sono di circa 1,3 miliardi di dollari, equivalenti al 3,7 per cento dei ricavi del gruppo nel 2021, che supera i 35 miliardi di dollari. Si tratta, quindi, di una percentuale minoritaria e rinunciarvi viene indicato dai vertici del gruppo come “l’opportunità per uno sviluppo diverso e più sostenibile”.

Anche l’amministrazione Biden e l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente stanno studiando il divieto di utilizzo per alcune sostanze chimiche pericolose. Il gruppo DuPont ha affermato che sta già limitando l’uso delle sostanze alle “applicazioni industriali essenziali” e collabora con i clienti per cercare alternative. Le sostanze perfluoroalchiliche in Veneto, a partire dalla società Miteni di Trissino (Vicenza), hanno causato il colossale inquinamento della falda idrica nelle province di Vicenza, Padova e Verona, con una grave contaminazione degli acquedotti e danni non ancora completamente quantificati per la salute di decine di migliaia di persone. Mentre è in corso il processo per avvelenamento di acque e disastro innominato con 13 imputati già proprietari o amministratori della Miteni, si sta concludendo lo smantellamento degli impianti, che verranno portati in India. Sono infatti stati ceduti nel 2019 dalla curatela fallimentare per 4,6 milioni di euro alla holding Viva Live Sciences Private Limited, che intende ricostruire la fabbrica a Mumbai.

Una buona notizia per il Veneto, che potrebbe preludere all’avvio delle bonifiche, soprattutto se il processo si dovesse concludere con la condanna della Miteni. Conoscendo i meccanismi economici transnazionali, Giuseppe Ungherese tradisce però una certa preoccupazione: “Ci auguriamo che il trasferimento in India dei macchinari non sia il preludio all’apertura di un nuovo stabilimento specializzato nella produzione di Pfas. Com’è noto, spostare la produzione da una nazione all’altra non risolve i problemi, piuttosto potrebbe amplificare la contaminazione globale visto che queste sostanze una volta immesse in natura possono diffondersi ovunque”. Da tempo Greenpeace è impegnata assieme a organizzazioni internazionali per impedire l’utilizzo dei Pfas. “È necessario bandire la produzione globale e l’utilizzo di queste sostanze, su cui speriamo l’Europa possa fare da apripista” conclude. È attesa per la seconda metà di gennaio la proposta europea per la restrizione del suo utilizzo, mentre due comitati scientifici europei dovrebbero pubblicare nel primo trimestre del 2023 le loro valutazioni su possibili restrizioni dei Pfas nelle schiume antincendio.

 

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