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Pfas, scontro su Zaia commissario. Il governatore chiede lo stato di emergenza. La dem Rotta: vuole solo gestire i soldi. Il nodo degli 80 milioni e l’inchiesta penale

Dopo aver apposto lunedì «i limiti più drastici esistenti al mondo» ai consorzi che erogano l’acqua potabile in Veneto («Il governo non l’ha voluto fare a livello nazionale, scrivendoci che in Italia il problema esiste solo da noi»), il presidente della Regione Luca Zaia ieri è tornato sulla vicenda del grave inquinamento da Pfas che affligge le province di Vicenza, Verona e Padova, annunciando di aver chiesto con lettera datata 19 settembre al premier Paolo Gentiloni e ai ministri della Salute Beatrice Lorenzin e dell’Ambiente Gianluca Galletti che venga formalmente deliberato lo stato di emergenza, con contestuale nomina di un commissario con poteri straordinari di gestione. Zaia, che sempre lunedì aveva calcolato in un milione di euro l’anno la spesa per l’applicazione dei filtri necessari per il rispetto dei nuovi limiti, ha chiesto al governo anche lo sblocco degli 80 milioni necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti utili a bypassare la falda contaminata, fondi che però per Galletti sarebbero già stati sbloccati nei giorni scorsi con una delibera del Cipe, dopo il via libera della Corte dei conti.

«La situazione che si è delineata dai dati recentemente acquisiti può essere affrontata solo con mezzi e poteri straordinari» scrive Zaia, che incassa reazioni positive da Legambiente, Movimento Cinque Stelle (la deputata Francesca Benedetti) e Pd (la senatrice Laura Puppato) ma non dalla deputata dem Alessia Rotta, che anzi si mette di traverso: «Zaia non avrà alcun potere commissariale o speciale per la gestione delle bonifiche da Pfas – dice Rotta -. Trovo il comportamento del presidente molto scorretto. Per due anni ha girato le spalle al problema, ha tergiversato, ha fatto una melina indegna di un amministratore serio. Ora che il ministero dell’Ambiente ha liberato 80 milioni per fare le bonifiche, Zaia ci si butta sopra come un falco, chiedendo poteri speciali al governo così da poterli gestire e prendersi gli eventuali meriti delle bonifiche. La sua è stata una colpevole inerzia, figlia di una cultura politica pronta a sacrificare la salute dei cittadini di fronte ai vantaggi del consenso». Accuse pesanti, a cui replica l’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin: «Perdonatela perché non sa quello che dice. Il Veneto è l’unica Regione d’Italia a essersi mossa tempestivamente di fronte al problema. Inetto e inerte è stato semmai il governo nazionale: per i limiti agli scarichi industriali è intervenuto solo nel 2016 e gli 80 milioni arrivano ora, a 4 anni dall’inizio dell’emergenza. Abbiamo chiesto lo stato di emergenza proprio per accelerare la realizzazione delle nuove reti idriche».

Intanto sul fronte politico ieri, in consiglio regionale, la Commissione Pfas ha incontrato il direttore dell’Arpav Nicola Dell’Acqua, che ha presentato i nuovi limiti sanitari e affrontato le questioni delle bonifiche e della costruzione dei nuovi acquedotti. Sul fronte giudiziario, invece, a giorni arriveranno sulla scrivania dei sostituti procuratori di Vicenza Barbara De Munari e Hans Roderich Blattner le prime risposte del pool di esperti guidati dal professor Tony Fletcher a cui è stata delegata una super consulenza. Non si esclude che, proprio in base ai primi esiti di questi approfondimenti, i titolari dell’inchiesta possano aumentare il numero degli indagati – ad oggi dieci, a partire dalla Miteni, di Trissino – e i reati fin qui ipotizzati, dall’adulterazione dell’acqua all’inquinamento ambientale.

Marco Bonet Benedetta Centin – Il Corriere del Veneto – 27 settembre 2017

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