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Piccoli ospedali, sfida infinita. Perché non si riesce a chiuderli

Le Regioni ci provano per salvare i bilanci, i Tar li riaprono. I casi nel Sud In Abruzzo, Molise e Lazio il Tribunale amministrativo è intervenuto su strutture chiuse dagli enti locali, ultimo caso a Bracciano

ROMA — La partita impossibile dei piccoli ospedali. Le Regioni cercano di chiuderli per risanare i bilanci, ma poi i Tribunali amministrativi ne ordinano la riapertura. E tutto torna come prima. Sono numerosi i casi, da Nord a Sud. Il più recente: Padre Pio di Bracciano, 8o posti letto. Secondo i piani di risparmio della Regione Lazio, impantanata in un deficit sanitario miliardario, doveva essere trasformato in struttura territoriale. Gli abitanti della zona hanno protestato, sono scesi in piazza insieme a sei sindaci per difendere i doro» reparti. E la scorsa settimana il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso, inizialmente rigettato dal Tar. Secondo i giudici amministrativi non c’erano i presupposti per privare i cittadini del «loro nosocomio» in assenza di strutture vicine che fossero raggiungibili entro la cosiddetta golden hour (45 minuti).

È stato spesso un fallimento il tentativo di tagliare (ma il termine corretto è «riconvertire») i piccoli nosocomi, quelli con meno di 120 posti letto, specie da parte di quelle Regioni «sotto piano di rientro», cioè vincolate a un accordo col governo per recuperare i disavanzi economici. Per tutelare i cittadini è nato il Comitato nazionale «Articolo 32» la cui finalità è la tutela della salute da attuare anche attraverso «l’opposizione alle iniziative dei commissari ad acta» nominati nelle Regioni in rosso. «L’effetto di queste scelte combinato alla mancanza di una seria organizzazione territoriale è deleterio», denuncia l’avvocato Simone Dal Pozzo che ha censito una buona parte delle controversie locali di Abruzzo, Molise, Lazio, Campania e Calabria. Ecco alcuni degli ultimi casi. Maggio 2011 il Tar Abruzzo annulla il programma del commissario Chiodi nella parte in cui viene programmato il taglio di 5 ospedali: Casoli, Gissi, Pescina, Tagliacozzo e Guardiagrele. E in corso una questione di legittimità costituzionale presso la Consulta. Poi il Molise. Con varie ordinanze il Tribunale amministrativo a partire dal maggio 2011 ha sospeso il progetti di ridimensionamento degli ospedali di Agnone, Venafro e Larino. In quest’ultimo caso la sentenza è stata confermata dal Consiglio di Stato. Nel Lazio il commissario ad acta non è riuscito ad attuare il programma di chiusura dell’ospedale di Frascati (sentenza Tar gennaio 2012). Bloccato nel 2011 il provvedimento che riguardava Anagni. Poi la recentissima decisione del Consiglio di Stato su Bracciano. Sempre nel Lazio restano in sospeso il destino di Pontecorvo e Subiaco. In Calabria, al contrario, la giustizia amministrativa in tutti i casi segnalati ha sempre dato ragione ai commissari motivando il no ai ricorsi con «la necessità di accordare prevalenza all’interesse pubblico di risanare i conti». Verranno dunque trasformati in altri servizi gli ospedali di Trebisacce, Praia a Mare, Cariati e Acri. In Campania non vengono segnalate situazioni di criticità. L’unico precedente, a memoria del senatore Raffaele Calabrò, consigliere per la sanità del presidente della Regione, Stefano Caldoro, è quello di Bisaccia, provincia di Avellino. Anche lì, un ricorso. Ma quella volta i giudici hanno dato via libera allo stop. E oggi l’ospedale sta per essere riconvertito in residenza per lungodegenti.

Corriere della Sera – 4 giugno 2012

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