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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Ragioneria dello Stato: più anni al lavoro, pensione ci guadagna
    Notizie ed Approfondimenti

    Ragioneria dello Stato: più anni al lavoro, pensione ci guadagna

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche25 Luglio 2011Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Secondo lo studio la cura funziona. Migliorano le prospettive del sistema previdenziale sia sotto il profilo della sostenibilità dei conti, sia sotto quello dell’adeguatezza delle prestazioni

    Qui, in particolare, il progressivo aumento dell’età di pensionamento è destinato a far crescere in modo rilevante l’importo delle future pensioni, quelle che saranno interamente calcolate con il (meno conveniente) sistema contributivo. Una conseguenza ovvia, si dirà: con questo sistema di computo, più si versa durante la vita lavorativa (e, quindi, più a lungo si versa) più cresce l’importo della pensione che si incasserà. Tuttavia è la prima volta che ciò viene certificato nelle previsioni sui tassi di sostituzione – vale a dire il rapporto fra la prima rata di pensione e l’ultima retribuzione (o reddito) – effettuate dalla Ragioneria dello Stato nello studio sulle “Tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” ora aggiornato al 2011. Lo studio tiene conto delle novità in vigore da gennaio: nuove decorrenze dei trattamenti; adeguamento dei requisiti in base all’aumento della speranza di vita; revisione triennale dei coefficienti di trasformazione.

    La sintesi dei risultati è riportata a fianco, con i tassi di sostituzione netti della previdenza, cioè quelli che misurano la variazione reale del reddito disponibile del lavoratore nel passaggio dalla fase attiva a quella della pensione, tenuto conto dei prelievi fiscali e contributivi.

    La Ragioneria ha definito un’ipotesi base – età al pensionamento di 67 anni con 37 anni di contributi (uno in più per gli autonomi) – per consentire il confronto su tutto il periodo. In questo caso, il tasso netto di sostituzione del dipendente passerebbe dall’81,9% del 2010 al 70,8 del 2060, con una riduzione del 13,5%. Riduzione più contenuta di circa il 40% rispetto a quella che risultava prima dell’entrata in vigore delle novità 2011. Nel caso degli autonomi, tra il 2010 e il 2060, il tasso netto si riduce di circa il 40%: ma anche in questo caso, molto meno rispetto alle regole precedenti. Certo, le proiezioni riguardano solo lavoratori con carriere continue, situazione che probabilmente in futuro non rappresenterà la norma.

    Negli altri casi, i tassi di sostituzione sono stati calcolati in relazione ai requisiti minimi previsti per le diverse tipologie di pensione (vecchiaia, anzianità, anzianità con 41 anni di contributi), requisiti che cambiano per via dell’aumento legato all’aspettativa di vita. L’indicazione più significativa è che dal 2020 in poi, il tasso netto di sostituzione si stabilizzerà (70-75%). La leggera riduzione sarà legata esclusivamente all’applicazione dei coefficienti di trasformazione, che tengono conto dell’allungamento della vita media e che si traducono in più anni di pensione.

    Una situazione, per altro, destinata a migliorare ulteriormente con l’applicazione delle ultimissime novità pensionistiche arrivate con la manovra finanziaria appena approvata (tra le altre, l’anticipo al 2013 dell’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita, e crescita progressiva a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne dei settore privato) di cui il rapporto non tiene conto e che vanno tutte nella direzione di allungare il periodo di permanenza al lavoro.

    Ilsole24ore.com – 25 luglio 2011

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