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Più riposo per i medici. Scatta mercoledì la pausa obbligatoria tra due turni. «Lo stress fa sbagliare». Ma senza professionisti in più le liste d’attesa per i malati si dilateranno

«Altro che obbligo di riposo di 11 ore tra un turno e l’altro. Solo una settimana fa, tra sabato e domenica, due chirurghi della mia équipe hanno lavorato 18 ore di fila per salvare due vite umane. Così abbiamo potuto eseguire un doppio trapianto di fegato». Da dopodomani, con l’entrata in vigore della pausa obbligatoria imposta dall’Unione europea, tutto ciò non sarà più possibile: «Uno dei due interventi dovrebbe saltare».

Luciano De Carlis, 61 anni, ha oltre millesettecento trapianti sulle spalle: la sua passione per il bisturi è nata quando da liceale ha sentito in tv la notizia del primo trapianto cardiaco della storia della medicina eseguito da Christian Barnard. A sua volta De Carlis può vantare primati importanti: è stato tra i primi chirurghi a fare il trapianto di fegato, poi a eseguirlo da un donatore vivente e, infine, tra i pochi al mondo, a realizzarlo da un donatore in arresto cardiaco. Primario all’ospedale Niguarda di Milano, il chirurgo è tranchant : «La professione del medico non può essere ridotta a una questione di contabilità oraria. Non è nel nostro Dna».

A neppure nove chilometri di distanza, nei padiglioni del Policlinico, alle 8.30 del mattino di venerdì entra in servizio un altro medico, Sergio Costantino, cardiologo, anche lui 61 enne: è l’uomo che ha portato il diritto al riposo nelle corsie italiane. «Mi sono messo a studiare le norme in materia all’inizio degli anni Duemila, in un momento nel quale il peso dei turni per me era insostenibile — spiega —. Così ho scoperto la direttiva europea 93/104. Ma per farla applicare ci sono voluti 15 anni di lotte». Costantino si è districato tra leggi, contratti di lavoro e sentenze, mosso da un’unica convinzione: «Come documenta il New England Journal of Medicine , la mancanza di sonno dovuta a turni lavorativi prolungati è il tallone d’Achille della professione medica». Gli studi dimostrano che «il 30 per cento degli errori evitabili avviene nelle ore di fine turno di notte».

L’ultima battaglia che divide gli 80 mila medici ospedalieri è, insomma, l’orario di lavoro. L’Italia è uno degli ultimi Paesi ad allinearsi all’obbligo di riposo di 11 ore: gli ospedali che non lo rispetteranno, rischieranno sanzioni che possono superare i 50 mila euro. Ma i reparti, colpiti dalle spending review degli ultimi anni, hanno già un numero di medici ridotto all’osso. E, in futuro, potrebbe andare anche peggio, tanto che tra 10 anni potrebbero mancare all’appello 15 mila specialisti. Senza nuove assunzioni — e il sindacato ospedaliero Anaao ne chiede subito almeno cinquemila — chi curerà i pazienti, mentre i dottori si riposeranno? «Bisogna fare i conti con la realtà — dice Raffaele Bruno, primario di Infettivologia al Policlinico San Matteo di Pavia —. Oggi come oggi uno dei turni ospedalieri più frequenti è il mattino-notte (dalle 8.30 alle 14.30, per rimontare alle 20.30, fino all’alba del giorno dopo) e, in molti casi, non c’è neppure una pausa di riposo tra il lavoro notturno e l’inizio del turno mattutino. Ora non sarà più possibile. E, senza medici in più, le liste d’attesa per i malati si allungheranno». Il mago dei trapianti del Sant’Orsola Malpighi di Bologna, Antonio Daniele Pinna, non usa giri di parole: «La conseguenza è che salteranno visite e operazioni».

Il lavoro no-stop però può diventare insopportabile: «Capita di lavorare dalle 8 del mattino alle 7 di sera — racconta Chiara Rivetti, medico di Pronto soccorso a Chieri (Torino) —. Poi di andare a casa per un paio d’ore e di riprendere, con la reperibilità, dalle 9 di sera fino a dopo mezzanotte. E il mattino alle 8 bisogna ritornare in corsia». Non mancano i risvolti sindacali: «Il pericolo di sfruttamento — sottolinea Martino Trapani, presidente Commissione Giovani Medici di Milano — non può essere sottovalutato: va rivisto il reale fabbisogno di medici». Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si sta battendo per lo sblocco del turn over e per la stabilizzazione dei precari. La partita si giocherà durante l’approvazione della legge di Stabilità.

Simona Ravizza – Il Corriere della Sera – 23 novembre 2015 

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