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Legame tra influenza e diabete. Studio italiano apre nuovo scenario

Per la prima volta si è dimostrato che i virus dell’influenza di tipo A sono capaci di crescere nel pancreas umano, suggerendo un possibile legame tra l’influenza e il diabete di tipo 1, ossia la forma di diabete che colpisce soprattutto i giovani e che rappresenta il 10% del totale dei casi. Ad aprire nuovi scenari per la prevenzione e la cura del diabete è una ricerca tutto italiana pubblicata sul Journal of Virology.

Lo studio è stato coordinato dalla virologa Ilaria Capua, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, e condotto il collaborazione con il gruppo di Lorenzo Piemonti, del Centro di Ricerca sul diabete dell’Istituto San Raffaele di Milano. ”Il nostro punto di partenza è stata l’osservazione che negli animali i virus influenzali crescono nel pancreas. Ci siamo chiesti allora se accade la stessa cosa nell’uomo”, spiega Capua. Il primo passo per trovare la risposta è stato coltivare virus influenzali su tessuti di pancreas umano provenienti da donatori afferenti al centro del San Raffaele.

Si è visto così che i virus crescono sull’intero tessuto, compresa la parte che secerne l’insulina. Altre risposte positive sono arrivate da colture di cellule, al punto che i ricercatori hanno deciso di tentare con un modello animale come il tacchino, l’animale piu’ sensibile ai virus influenzali. ”I tacchini sono stati infettati con virus influenzali non letali, simili a quelli che colpiscono l’uomo”. Tutti gli animali hanno sviluppato pancreatite ed alcuni anche il diabete.

Il prossimo passo sarà andare a vedere che cosa succede nei tessuti umani, grazie ad un progetto finanziato dal ministero della Salute e che dovrebbe partire entro l’anno. I progetto sarà condotto sia su colture di cellule che su secernono insulina, sia su altri modelli animali, e su tessuti di pancreas umano. ”L’ipotesi – osserva – è che, nei soggetti predisposti, l’influenza possa essere un fattore scatenante del diabete”.

Si apre quindi un ”nuovo scenario”, rileva la virologa. Ogni conclusione è comunque prematura: ”i nostri dati sono i primi mattoni per cominciare a lavorare in questa direzione”. Se l’ipotesi sarà confermata, l’impatto potrebbe essere enorme: considerando i costi sociali ed economici del diabete, poter prevenire anche il 5% dei casi del diabete di tipo 1 sarebbe una vittoria per la salute pubblica.

31 ottobre 2012

 

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