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Primario si autodenuncia: reparto chiuso da un anno prendo stipendio

Lo stop alla struttura di Villa Betania blocca il professionista a capo di Chirurgia maxillo facciale, che si autodenuncia: «Obbligato a timbrare il cartellino. Mi sento umiliato»

Otto mesi con lo stipendio da 3.200 euro al mese netti senza lavorare. Dopo un anno di paziente attesa, Domenico Scopelliti, 50 anni, uno dei più apprezzati esperti di chirurgia maxillo facciale in Italia, è amareggiato: «Basta: non riesco più a sopportare questa umiliazione. Sto pensando di andarmene all’estero: le offerte non mancano».
Il medico ha presentato un ricorso al giudice del lavoro contro la Asl Roma-E e contro la Regione, in attesa che forse la Corte dei conti verifichi se ci siano gli estremi di danno erariale. Nei prossimi giorni verrà fissata la prima udienza. La storia inizia quando Renata Polverini, per arginare il deficit della sanità, il 30 settembre 2010 decreta la chiusura, tra gli altri, del reparto di Chirurgia maxillo facciale di Villa Betania, diretto da Scopelliti. La struttura fa parte della Asl Roma-E. Il 12 marzo di un anno fa, dopo due proroghe, il reparto termina l’attività. «Da allora non sono stato più messo in condizioni di lavorare – taglia corto il medico – ma per oltre 8 mesi mi hanno costretto a timbrare il cartellino e rimanere 6 ore e 20 minuti con le braccia conserte. Volevano farmi fare piccoli interventi ambulatoriali, come eseguire una biopsia o togliere un dente del giudizio, ma ho fatto notare questo non ha nulla a che vedere con il mio lavoro: sono interventi che competono a un dentista. Io mi occupo di altro…».

Infatti Scopelliti, che vanta oltre 40 missioni umanitarie nei Paesi in via di sviluppo (come Filippine, Afghanistan, Venezuela, Madagascar, Senegal e Kenya), ha maturato una grande esperienza, oltre che nelle patologie traumatiche e oncologiche sul viso, nelle malformazioni congenite su neonati e bambini, ridando il sorriso a centinaia di ragazzini che, senza il suo aiuto, probabilmente sarebbero rimasti sfigurati per tutta la vita. Professionalità che gli viene riconosciuta anche a livello internazionale: è l’unico italiano invitato a parlare a maggio nel congresso mondiale di malformazioni cranio facciali.

 «Ma a prendere lo stipendio senza lavorare io non ci sto – sottolinea -. Ho chiesto tante volte alla Asl e alla Regione dove mi avrebbero mandato, ma non mi hanno mai saputo rispondere. Così dal 15 giugno al 31 ottobre 2011 alla Asl ho fatto domanda di “aspettativa per inattività forzata”».
Il 7 luglio 2011, però, arriva alla Asl Roma-E una lettera dalla Regione, firmata dal sub commissario Giuseppe Spata che annuncia il trasferimento di Scopelliti e della sua équipe nel San Camillo dal 1° settembre.

«Pensavo che tutto si stesse sistemando – aggiunge il primario – ma il 31 agosto dalla Regione hanno mandato un’altra lettera che prevedeva il nuovo reparto nel Santo Spirito». Per aprirlo, però, «servono strumenti, personale e uno spazio adeguato – fa notare Scopelliti -. Così la direzione generale della Asl mi commissiona un piano di riorganizzazione. E mi fanno revocare l’aspettativa». I primi di ottobre il primario consegna alla Asl e alla Regione il piano. Dopo un mese la Asl sollecita la Regione ricordando che continua a pagare stipendi a tre dipendenti (Scopelliti e due suoi aiuti) senza farli lavorare.

Fino a dicembre non si muove nulla. Il primario non si dà pace: «Perché sono stato privato della possibilità di curare centinaia di malati? Forse perché non ho una tessera di partito in tasca…». Comunque dei 350 pazienti in lista d’attesa per un intervento a Villa Betania, la maggior parte giovani (tra 18 e 30 anni), oltre ai 500 già operati e ancora da seguire, Scopelliti ha continuato ad assisterne «senza farmi pagare» una piccola parte nel suo ambulatorio privato: «Attraverso “Operation Smile” e grazie a collaborazione con la clinica Sanatrix che ha messo a disposizione sale operatorie e reparto – rivela – ho potuto operare gratuitamente 21 pazienti, quelli più disagiati. Tutti gli altri malati, purtroppo, sono finiti in altri ospedali a ingrossare le liste d’attesa…».

corriere.it – 20 marzo 2012

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