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Province, esuberi oltre quota 20mila. Vanno trasferiti a Comuni e Regioni entro l’anno. Per le funzioni da gestire ne restano 18mila

Gianni Trovati. Le Regioni devono accelerare e redistribuire le funzioni ex provinciali entro la fine dell’anno, perché sui tagli ai fondi degli enti di area vasta previsti dalla legge di stabilità il Governo non ha intenzione di fare marcia indietro: da gestire c’è una trasformazione che secondo le stime governative più aggiornate può spostare anche oltre 20mila dipendenti, lasciandone 18mila per le funzioni fondamentali che rimangono alle Province «di secondo livello», cioè non più elette direttamente dai cittadini, e altri 10mila per le attività in collaborazione con Regioni e Comuni.

Il sottosegretario Delrio lavorerà con i ministri Madia e Lanzetta su un piano nazionale di redistribuzione del personale

Per portare al traguardo questo percorso, ha spiegato ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio intervenendo a Milano all’assemblea nazionale dell’Anci, «serve un piano nazionale di redistribuzione del personale, che stiamo studiando con i ministri degli Affari regionali Lanzetta e della Pubblica amministrazione Madia». Per la titolare della Pa, il piano della mobilità è «l’occasione per incentivare finalmente professionalità che nella situazione attuale sono sottoutilizzate, perché accanto ad amministrazioni con troppo personale abbiamo settori pubblici che non riescono a funzionare per mancanza di persone».

Sui tagli, comunque, l’allarme-default lanciato nei giorni scorsi dalle Province non sembra produrre ripensamenti nel Governo. «I tagli sono sostenibili – ha sottolineato ancora Delrio – a patto che tutti i livelli di Governo interpretino nel modo corretto i poteri definiti dalla riforma». Tradotto, significa che la redistribuzione dei compiti a Regioni e Comuni deve avvenire subito perché, spiega il sottosegretario, «le entrate previste nel 2015 per le Province sono sufficienti, e i tagli potenzialmente sostenibili per sostenere le funzioni fondamentali rimaste».

Questo significa che, oltre che rapido, il trasferimento delle attività ex provinciali deve essere effettivo, lasciando agli enti di area vasta quasi esclusivamente scuola (edilizia scolastica, soprattutto) e trasporti. La terza “funzione fondamentale” assegnata alle Province riformate è la pianificazione territoriale, che però ha un organico più leggero all’attivo, mentre sugli altri versanti il grosso delle attività deve andare a Comuni e Regioni, a seconda delle diverse scelte territoriali, mantenendo alla Provincia solo ruoli di raccordo: è quello che deve accadere, per esempio, per aggregare i Comuni nelle stazioni uniche appaltanti o nelle centrali uniche di committenza, l’altra gamba della riorganizzazione territoriale chiamata a tagliare i costi degli enti locali. In tutti questi campi, secondo il disegno governativo, le Province dovrebbero diventare una sorta di “agenzia” per i Comuni, con il compito di accompagnare e facilitare le aggregazioni e le sinergie tra le amministrazioni locali.

Nella strategia del Governo, insomma, la sforbiciata ai fondi provinciali (un miliardo l’anno prossimo, due nel 2016 e tre nel 2017) serve a blindare l’attuazione di una riforma, che senza la sferzata economica rischia di rimanere impantanata nei tavoli locali di concertazione. In questo quadro, i tempi rappresentano un fattore chiave, anche perché dopo l’antipasto di fine anno, con il voto in Emilia Romagna e in Calabria, il 2015 è un anno ricco di appuntamenti elettorali regionali che rischiano di rallentare il cammino delle riforme.

Accanto a funzioni e personale, l’altra voce da gestire è quella del debito (10,3 miliardi di euro nei bilanci 2012), che rischia di rappresentare un capitolo più spinoso anche perché se risorse e funzioni possono far gola a Regioni e Comuni lo stesso non accade certo per il passivo. Anche per questa ragione, mentre la responsabilità lasciata ai territori sul ridisegno delle competenze è ampia (ed è assoluta sul rispetto dei tempi), il Governo sta studiando anche eventuali strumenti per verificare ed eventualmente rinegoziare parte dell’indebitamento, anche con l’obiettivo di liberare risorse per questa via.

Il Sole 24 Ore – 8 novembre 2014 

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