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Quanto ci costa il climate change. Con l’aumento delle temperature il Veneto rischia un crollo del Pil fino al 6%. Gli effetti su turismo, agricoltura e industria

Il Corriere del Veneto. Il cambiamento climatico è quella cosa che pare lontanissima quando a parlarne è Greta Thunberg tra migliaia di ragazzi in qualche piazza europea, ma all’improvviso diventa vicinissima quando ci si ritrova con il fango alle ginocchia in garage, il tetto del capannone divelto, i campi rinsecchiti, la spiaggia mangiata.

Forse per questo il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini ha chiesto a Carlo Carraro, economista dell’ambiente ed ex rettore di Ca’ Foscari, di mettere a punto con un gruppo di esperti un rapporto sull’impatto socioeconomico che il climate change avrà sull’Italia e sulle diverse Regioni. Il Veneto, lo diciamo subito, non ne esce bene. Ondate di freddo e di caldo, incendi e siccità, tempeste di vento, inondazioni costiere, allagamenti, esondazioni e frane (tutte catastrofi che dall’Acqua Granda a Vaia passando per il tornado in Riviera del Brenta abbiamo già sperimentato in questi anni) possono provocare una perdita del Pil regionale dal 3 al 6%, un’enormità. Come noi, ma comunque non così tanto, a rimetterci di più sarebbero Emilia Romagna, Marche, Campania e Sardegna, per ragioni che vanno dalla natura delle economie locali alla posizione geografica.

Con lo scenario tratteggiato nel corso della Cop26 di Glasgow – aumento delle temperature medie della Terra di 2,4 gradi entro la fine del secolo, anche se i governi in lite tra loro promettono di fermarsi fra 1,5 e 2 gradi -, l’impatto sarà forte e, come vedremo, trasversale a tutti i settori. Ma prima, ovviamente, c’è Venezia. Secondo il team guidato da Carraro, le mareggiate potrebbero crescere nell’Alto Adriatico fino a 50 centimetri nei prossimi 10 anni e addirittura fino a 80 centimetri nei prossimi 100. Il Mose, che già oggi non riesce a tenere al riparo San Marco, basterebbe a salvare la città? Per non dire del Piave, altro osservato speciale: mentre i Comuni litigano su chi debba patire l’onere delle opere di contenimento, il fiume sacro alla Patria resta ad altissimo rischio esondazione. E il report avverte che i corsi d’acqua dell’Alto Adriatico sono quelli in cui sono attesi gli aumenti più rilevanti delle portate (ragion per cui il comitato guidato dall’ingegner Carlo Crotti è tornato a battere sull’Idrovia Padova-Venezia).

A subire le conseguenze maggiori di questi stravolgimenti sarebbe innanzitutto il turismo: quello estivo, con le spiagge divorate dalle onde ed un caldo tropicale intervallato da piogge torrenziali, e quello invernale, posto che l’innalzamento delle temperature renderebbe impossibile garantire l’innevamento necessario per aprire gli impianti (se si arrivasse a +4° solo il 18% delle stazioni sciistiche dell’arco alpino ce la farebbe). Lo studio ipotizza un calo del 15% degli arrivi internazionali e del 6,6% della domanda interna. «Anche se sono quarant’anni che si parla di questi problemi, e ancora non si vede lo straccio di una soluzione, dobbiamo insistere, non possiamo permetterci di lasciare nulla di intentato – commenta Marco Michielli, presidente di Confturismo -. Certo, ergersi a giudici di Paesi come il Brasile o l’India, dopo che noi europei abbiamo compiuto la rivoluzione industriale più inquinante della Storia suona un po’ ipocrita».

A seguire c’è ovviamente l’agricoltura, stritolata tra i due estremi: la siccità crescente, che mette in crisi soprattutto le colture cerealicole, e le frequenti bombe d’acqua, che distruggono i raccolti. La resa dei campi, riferisce il dossier, potrebbe ridursi fino al 20%, con una perdita del valore della produzione a livello nazionale quantificata in 12,5 miliardi nel 2050. E quel che è peggio è che alcune aree rischiano di non poter più ospitare coltivazioni ad alto valore aggiunto, come i vitigni, dall’Amarone al Prosecco. Ripercussioni, lungo le coste dell’Alto Adriatico, si avrebbero anche per la pesca e l’acquacoltura. «Il nostro settore è più vittima che carnefice, visto che gli allevamenti, spesso additati tra i colpevoli, contribuiscono alle emissioni solo per il 7% – assicura la direttrice di Coldiretti Veneto, Marina Montedoro -. Le aziende non possono mettere in campo chissà quali azioni di mitigazione, piuttosto possono adattarsi alla tropicalizzazione, investendo in ricerca ed innovazione. Penso alle assicurazioni contro i danni da maltempo, alle reti antigrandine, all’uso di insetti per combattere specie devastanti, come la cimice asiatica, riducendo di pari passo l’uso dei prodotti fitosanitari».

Infine, l’industria. Qui il danno sarebbe in parte diretto (si pensi alla scarsità d’acqua, fondamentale per molte produzioni) ed in parte indiretto (come le impennate del costo dell’energia, specie d’estate). La logistica deve fare già oggi i conti con le infrastrutture messe fuori uso dalle catastrofi naturali; il report ipotizza effetti negativi sulla produttività del lavoro, distruzione di capitale, aumento della spesa pubblica per compensare. Senza contare l’instabilità dei mercati internazionali, essenziali per l’export veneto: come già si è visto con la pandemia di Covid 19, le economie del mondo sono legate in cordata ed è difficile immaginare qualcosa di più «globale» della temperatura della Terra. «Una nuova generazione di investitori e imprenditori sta venendo avanti – commenta il presidente di Confindustria Veneto Enrico Carraro – vicini alle comunità e ai territori, sensibili a temi come la sostenibilità, la ricerca, l’innovazione tecnologica. Io credo che davanti a simili cambiamenti epocali sia arrivato il momento di agire sul serio, ad esempio riprendendo in mano il dossier sul nucleare».

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