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Quattro motivi per cui si rifiuta la scienza. Un’analisi pubblicata su Pnas mette in luce alcune dinamiche interessanti partendo da dati e modelli esplorati dalla psicologia

I campi in cui può manifestarsi un atteggiamento antiscientifico sono moltissimi: alcuni pensano che il Covid19 sia un’influenza (solo il 61% degli americani crede che ci sia un grave rischio per la salute pubblica), altri che in Ucraina non ci sia la guerra, e altri ancora ritengono che il cambiamento climatico sia una bufala (il 60% degli americani non crede sia una grande minaccia). La pericolosità di queste credenze, sia a livello personale che sociale, ha spinto a chiedersi come mai alcune persone abbiano la tendenza a rifiutare qualsiasi prova loro fornita: comprenderlo è utile anche per poter proporre delle soluzioni possibili per avvicinarle alla scienza. Da qui è nata un’articolata analisi pubblicata su Pnas che mette in luce alcune dinamiche interessanti partendo da dati e modelli esplorati dalla psicologia e che rileva gli elementi comuni che si riscontrano nelle persone ostili alla scienza.

È interessante notare, anche se il lavoro non lo esplicita, che i motivi per cui si rifiuta la scienza si possono ricollegare a tutti quei principi che generano il meccanismo di persuasione e che sono stati teorizzati da Robert Cialdini nel suo Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire sì del 1984: gli autori, infatti,  hanno individuato quattro ragioni per cui le persone possono non credere nella scienza e hanno proposto delle soluzioni che vanno ad agire soprattutto sulla comunicazione del messaggio.

La prima ragione riguarda il mittente del messaggio scientifico (principio di autorità di Cialdini), che viene percepito come poco affidabile per tre possibili ragioni: può essere considerato inesperto, disonesto o poco imparziale e vittima di bias cognitivi. Può succedere per varie ragioni: gli scienziati disonesti esistono, e purtroppo alcuni estendono questa caratteristica all’intera categoria; l’intero processo scientifico, poi, procede per prove ed errori, le informazioni fornite dai diversi attori in gioco sono talvolta in contraddizione e vengono poi aggiornate a seconda delle nuove evidenze. È giusto che sia così, ma chi non è avvezzo al metodo scientifico rischia di considerare l’intero processo, e quindi anche gli scienziati, poco affidabili. Per finire, lo stereotipo dominante vede gli uomini di scienza come atei. Vero o no, basta ad attirargli l’odio di una parte politica e di alcune congregazioni, che hanno maggiori possibilità, rispetto agli scienziati, di influenzare idee e opinioni dei credenti. In questi ambienti, ma anche in altri, viene fatta passare l’idea che gli esperti siano incentivati, per esempio tramite corruzione, a passare determinate informazioni (è quello che si è verificato anche con i vaccini contro il Covid).

La seconda ragione per i comportamenti antiscientifici riguarda i destinatari del messaggio dei divulgatori. Le persone tendono a pensare a se stesse come componenti di determinati gruppi, e sulla base di questa appartenenza sono esposte a un certo tipo di informazioni (principio della riprova sociale di Cialdini). In particolare, chi appartiene a un gruppo sottorappresentato nella scienza (per esempio le minoranze etniche) tende a manifestare una naturale diffidenza verso essa, dando ascolto alle notizie che la presentano come poco affidabile o peggio ancora truffaldina. Inoltre le persone tendono a  rifiutare tutte quelle informazioni scientifiche incompatibile con la loro appartenenza (un gruppo di gamer, per esempio, tenderà a rifiutare gli studi che identificano i videogame come dannosi). Questi gruppi, tra l’altro, spesso non si considerano antiscientifici, ma anzi pensano di promuovere una scienza  diversa da quella del mainstream. La naturale conseguenza, in  questi casi, è la polarizzazione del dibattito, che non porta benefici a nessuna delle due parti.

La terza ragione riguarda il messaggio scientifico di per sé, che diventa irricevibile se va a contraddire le forti credenze delle persone, che sono disposte a fare di tutto per evitare la dissonanza cognitiva che causerebbe l’accettazione della nuova scoperta (principio di coerenza di Cialdini): è più facile negare qualcosa che smantellare un intero sistema di credenze mettendone in dubbio anche solo una. È ciò che è successo a tutte quelle persone che hanno rifiutato il sistema eliocentrico, ma anche ai fumatori che per non rinunciare alla loro abitudine mettono in dubbio gli studi che rilevano i danni che il loro vizio può causare.
È quello che accade anche con le fake news, che si diffondono molto più velocemente di quelle vere perché fanno più rumore. Se il gruppo a cui sentiamo di appartenere condivide una notizia, tendiamo a fidarci e a negare le prove contrarie (qui interviene anche il bias di conferma, che spinge a cercare e accettare solo le prove che confermano ciò che già pensiamo). Lo stesso accade se le ricerche scientifiche vanno a ledere i nostri valori: per questo motivo, una persona che si ritiene ambientalista ma che non vuole rinunciare all’aria condizionata tenderà a rifiutare l’idea che il cambiamento climatico è causato dall’uomo, perché questo gli permette di non rinunciare agli agi ma nemmeno all’ideale di rispettare l’ambiente.

La quarta ragione, per finire, è il disallineamento cognitivo tra il mittente e il destinatario del messaggio, per esempio quando il primo parla in termini troppo astratti, oppure quando utilizza un linguaggio tecnico non alla portata dell’interlocutore (principio di simpatia di Cialdini). In alcuni casi si verifica anche un paradosso: più l’informazione è accurata e scientificamente verificata, più l’interlocutore si allontana, accordando la sua preferenza a un’informazione errata ma più semplice da comprendere.

A seconda delle ragioni che determinano la scarsa fiducia nel sapere scientifico, possiamo apportare dei correttivi, che naturalmente non sono universali, ma che gli autori dell’articolo hanno indicato come un punto di partenza. Se le persone ritengono i divulgatori poco affidabili, è necessario che essi riescano a presentarsi come più autorevoli, anche ripetendo come funziona il dibattito scientifico, in modo che gli interlocutori possano comprendere che le opinioni discordanti non sono un problema per la scienza e che anzi, entro certi limiti, sono auspicabili. Gli scienziati dovrebbero inoltre essere affiancati da giornalisti, rappresentanti dei vari enti, da politici e personaggi pubblici, che hanno un filo più diretto con le persone, perché non gli si riconosce quella patina di freddezza che a volte viene attribuita alle persone di scienza.
Per avvicinarsi al pubblico, i divulgatori dovrebbero inoltre sforzarsi di utilizzare un linguaggio semplice (è stato proposto di affiancare un riassunto per non addetti ai lavori agli abstract delle ricerche). In generale, bisognerebbe mettersi nei panni degli interlocutori, ammettendo onestamente le criticità e i problemi che un risultato porta con sé, per poi ribadire le motivazioni della sua validità.

Se il divulgatore si trova invece di fronte a un ascoltatore che si identifica in un gruppo che ha una visione opposta alla sua, potrebbe provare a portare alla luce elementi comuni tra lui e questo gruppo per ridurre la polarizzazione del dibattito. Allo stesso modo, è utile mettere in evidenza gli obiettivi che possono essere condivisi con il gruppo esterno, che può diventare più collaborativo in nome di un ideale superiore.

Il terzo caso è molto delicato: bisognerebbe prevenire la formazione di un sistema di credenze sbagliate che assecondano i principi o i vizi delle persone ma, anche se c’è ancora un dibattito su questo punto, sembrerebbe che aumentare la conoscenza degli argomenti specifici si riveli un autogol. Siccome bisogna agire sulla prevenzione, la proposta degli autori è invece quella di educare al senso critico e al metodo scientifico. Quando però è troppo tardi, si può provare a recuperare in extremis, per esempio identificando l’ideale che l’ascoltatore persegue e riformulando il messaggio per assecondarlo (per esempio, la lotta al cambiamento climatico è stata presentata come una forma di lealtà nei confronti del proprio paese, e parte dei conservatori ha risposto positivamente. Nel caso dei democratici, invece, il messaggio ha funzionato meglio quando veniva messo l’accento sulla difesa delle persone più deboli e svantaggiate, che sono le prime vittime del climate warming).

Nel quarto caso, infine, a parole è tutto molto semplice: bisogna abbinare il proprio stile comunicativo ed epistemico a quello dell’interlocutore. Nella pratica non è una cosa immediata, ma si può procedere partendo dai dati per fare un’analisi del target analoga a quella dei pubblicitari, che da sempre hanno cercato di adattare un messaggio al segmento sociale a cui si rivolgevano. Per esempio, la maggior parte delle persone è più spaventata dal rischio di una perdita che stimolata dalla possibilità di un guadagno, ma ci sono delle eccezioni. È evidente che a questi due gruppi dovrebbero arrivare dei messaggi diversi.

Si possono attuare molte iniziative, per esempio quelle che prevedono il coinvolgimento dei gruppi precedentemente emarginati dalla scienza, ma il punto di partenza è sempre uno: mettere in  gioco la propria empatia, perché spesso chi manifesta opinioni antiscientifiche non è un nemico, ma solo qualcuno che, come chi fa ricerca, sta cercando la verità, in questo caso partendo purtroppo da assunti errati.

di Anna Cortelazzo 

https://ilbolive.unipd.it/it/news/quattro-motivi-cui-si-rifiuta-scienza 

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