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Qui food valley. Le mani dei clan sull’agroalimentare

Cemento? Racket? Ri?uti? Droga? No, dalle nostre parti è un altro il “biseniss” della criminalità organizzata, qualcosa di molto più pulito, piacevole, insospettabile: il cibo. “Agroma?a” lo de?niscono gli osservatori: i crimini nel settore agroalimentare.

Racconta Libera nel rapporto sulle ma?e in Emilia presentato la scorsa settimana che “i boss da tempo hanno deciso di investire in questo settore, costituito per lo più da imprese piccole, soffocate dalla crisi economica per la dif?coltà di accedere al credito”. Contraffazione e so?sticazione dei prodotti, frodi sui ?nanziamenti pubblici nazionali ed europei, lavoro nero e caporalato, macellazione clandestina e per?no il quasi dimenticato abigeato, tanto caro alle storie western, il furto di bestiame, che l’attuale congiuntura economica – un Far West ?nanziario – ha reso di nuovo attuale. Prima prestando soldi alle aziende agricole in crisi, poi obbligandole col ricatto a piegarsi al volere dei clan, la criminalità organizzata ha iniziato a fare tutto questo. “La capacità dei boss di insinuarsi nell’industria agroalimentare riguarda tutti gli aspetti, dalla produzione alla commercializzazione, dall’imposizione dei prezzi, al controllo del trasporto ?no alla grande distribuzione. Uno spaccato inquietante”, denuncia Libera. “È tutto il comparto dell’eccellenza alimentare ad essere duramente minacciato, provocando danni ingenti alla produzione e ai produttori onesti e scrupolosi”. Parma, capitale dell’agroalimentare, rischia di scoprirsi ora anche un centro dei loschi traf?ci di una nuova criminalità. “È signi?cativo – sottolinea l’associazione fondata da don Ciotti – che la maggior parte dei controlli effettuati in Emilia-Romagna abbiano a che fare con falsi prosciutti di Parma, e Parmigiano Reggiano di origine non controllata”, oltre che aceto balsamico di Modena contraffatto. Se ?nora i nemici dei prodotti da tavola migliori della nostra tradizione sono state solo le imitazioni estere, i soliti Parmesan o Parmanito, oggi i falsi li produciamo in casa. Una rassegna delle indagini dei Nac di Parma (Nucleo antifrodi dei Carabinieri) e della Forestale negli ultimi anni offre un ampio catalogo di falsi?cazioni locali, tanti autogol che non si possono più considerare episodi casuali e distinti. Si va dal ?nto burro Dop “Parmiggiano Reggiano” (sì, con due “g”, come viene pronunciato sotto una certa latitudine) a marchi contraffatti dello stesso formaggio o del Crudo di Parma usati a Langhirano, patria del prosciutto. Ma c’è di peggio: truffe per ottenere ?nanziamenti pubblici al settore zootecnico; commerci di antiparassitari che si sono rivelati dannosi per la salute dell’uomo; macellazione di animali non adatti all’alimentazione perché pieni di farmaci. Alcuni di questi illeciti hanno portato ai loro responsabili guadagni per decine di milioni di euro. Ed è inevitabile pensare che per ogni imbroglio scoperto, ve ne siano diversi altri portati a termine senza interferenze. Non è sempre facile individuare il marchio della criminalità organizzata dietro simili intemerate azioni. Ma la partecipazione delle ma?e è resa evidente dai sequestri di terreni agricoli di proprietà dei boss. In tutta la regione sono 12 i terreni agricoli con?scati ai boss (compresi uno a Langhirano e uno a Salso). “L’agroalimentare, moderno settore economico e produttivo, rappresenta per le organizzazioni criminali ma?ose un allettante business dove investire proventi illeciti per diversi?care il portafogli delle partecipazioni ma?ose”, l’inevitabile sinistra conclude di Libera.

Polis Parma – 27 dicembre 2012

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