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Rapporto di Cittadinanzattiva: il Welfare tradisce le famiglie

L’assistenza territoriale agli anziani malati cronici è una chimera. Se il paziente viene dimesso in un terzo dei casi è la famiglia ad occuparsi di tutto, senza aver ricevuto alcun orientamento.

E’ quanto emerge dall’XI Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità «Emergenza famiglie: l’insostenibile leggerezza del Welfare», presentato oggi a Roma dal Cnamc (Coordinamento nazionale delle Associazioni dei malati cronici) di Cittadinanzattiva. Per il 52% delle associazioni, il medico di medicina generale fornisce solo le indicazioni degli uffici a cui rivolgersi, ma poi devono provvedere i familiari.

Solo per il 15%, il medico di famiglia fa tutto il necessario dopo le dimissioni. Nel 76% dei casi, contestualmente alle dimissioni ospedaliere, non viene attivata l’assistenza domiciliare. In due casi su tre, il medico di famiglia non interagisce con Asl e Comuni per l’attivazione dei servizi socio sanitari e per il 70% delle associazioni non si integra con lo specialista.

Riguardo all’assistenza domiciliare integrata (Adi), il 65,3% lamenta difficoltà nell’attivarla, il 50% la scarsa integrazione tra gli interventi di tipo sanitario e di tipo sociale e un numero di ore insufficiente. Quasi nessuno è soddisfatto dell’assistenza che riceve a casa: solo il 27% la considera mediamente adeguata, il restante 73% la boccia.

Notevoli le differenze da una regione all’altra: si va dall’1,5% di anziani trattati in Sicilia, nel 2010, all’11,6% dell’Emilia Romagna. Stessa variabilità per la spesa procapite per interventi e servizi sociali: 25,5 euro in Calabria, 269,3 euro in Valle D’Aosta.

Per accedere all’assistenza residenziale e semiresidenziale, il primo problema segnalato sono i tempi di attesa eccessivamente lunghi: per il 39% passano tra i 3 e i 6 mesi, per il 13% anche più di 6 mesi.

Inoltre, il 79% delle associazioni ritiene del tutto mediocre l’assistenza ricevuta e poco meno della metà (43,5%) segnala la presenza di forme di maltrattamento: abbandono del paziente (70%), trascuratezza dell’igiene (70%), forme di aggressività (60%), presenza di piaghe da decubito (60%), malnutrizione (40%), disidratazione (30%) e nel 10% dei casi perfino contenzione.

Lunghi tempi anche per gli interventi chirurgici: il 30% dichiara di arrivare ad attendere da tre mesi ad un anno, mentre nella maggioranza dei casi (40%) si attendono almeno 2 mesi. Stessa cosa accade per le visite specialistiche: l’attesa media (28,5%) supera i due mesi, ma si arriva anche a più 6 mesi (14,2%).

Il Sole 24 Ore Sanità – 16 ottobre 2012

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