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Redditi, un salto indietro di 30 anni. Persi 2.590 euro a testa. Giù i consumi, cresce solo la spesa per i servizi indispensabili

Paolo Baroni. Diciasettemilaquattrocento euro. E’ questo il livello di reddito disponibile al quale siamo arrivati quest’anno per colpa della crisi. Praticamente siamo tornati indietro di 30 anni, (al 1984, anche se la statistica precisa indica il dato del 1986), quando ogni cittadino poteva contare in media su 17.200 euro.

In otto anni abbiamo perso il 13,1%, ovvero 2.590 euro a testa. Non sorprende, ma allarma (e pure molto), che di conseguenza anche i consumi siano stati trascinati al ribasso: -2,3% solo nel 2013, -7,6% negli ultimi otto anni, ha certificato ieri Confcommercio col suo nuovo Rapporto sui consumi.

Effetto terziarizzazione

Il fenomeno degli ultimi anni si chiama «terziarizzazione», una vera e propria virata dei consumi e dell’economia: sono andate a picco le spese per beni “commercializzabili” ed è esplosa quella per servizi che nel 2013 hanno raggiunto la quota record del 53% (ed il 74% del valore aggiunto). E se negli ultimi vent’anni i consumi degli italiani sono cresciuti complessivamente soltanto del 12,3%, questa crescita – spiega Confcommercio – è dovuta esclusivamente alla dinamica positiva dei servizi. Ma sono vent’anni «persi» sostiene Confcommercio, che calcola una crescita in termini reali del 6% appena che scende poi al 4 se dal conto si escludono gli affitti. Nell’ultimo anno i cali più sensibili hanno riguardato i pasti in casa e fuori (-4,1%) ed in particolare l’alimentazione domestica (-4,6%), viaggi e vacanze (-3,8%) e la cura della persona (-3,5%), con una flessione molto netta della spesa per abbigliamento e calzature: -6,3% per cento.

Spese obbligate boom

La riduzione complessiva e forte dei consumi ha fatto impennare il peso delle spese per beni e servizi «obbligati», di fatto non comprimibili, che hanno raggiunto il livello record del 41% (erano al 32,3% nel 1992). Molte di queste voci hanno fatto segnare aumenti molto forti come l’abitazione, passata dal 17,1% al 23,9% del totale, e quelle legate all’acquisto di carburanti e le assicurazioni auto. Tra i beni commercializzabili continua invece il progressivo ridimensionamento della spesa per alimentari e bevande, «fenomeno che ha caratterizzato anche altri segmenti di consumo considerati “maturi” quali l’abbigliamento, calzature, mobili, e l’acquisto di auto». Guarda caso, tra il 1992 e il 2014 i prezzi di beni e servizi obbligati, a causa della scarsa concorrenza, sono più che raddoppiati, a fronte di un aumento molto più contenuto di quelli commercializzabili.

La top ten delle vendite

E nei prossimi mesi come andrà? Confcomemrcio prevede per quest’anno un incremento dei consumi dello 0,2% ed il Pil fermo, per salire rispettivamente a +0,7 e +1% nel 2015. Per il presidente Carlo Sangalli «la ripresa è troppo fragile e incerta, quindi la parola d’ordine del governo deve essere crescita. La priorità assoluta deve essere la riduzione delle tasse e l’allargamento del bonus da 80 euro». Quanto ai prodotti l’ufficio studi azzarda una sua previsione per il periodo 2013-2015. A guidare la top ten dei consumi saranno sempre (e ancora) i telefoni (+0,8%), seguiti da caffè, the e cacao (+0,5%), elettrodomestici “bruni”, piccoli elettrodomestici e servizi telefonici. Quindi servizi finanziari, tessuti per la casa, servizi alberghieri, barbieri e parrucchieri e utensili per casa e giardino. La performance peggiore (-3%) spetterà ai servizi postali, male anche olii e grassi e mezzi di trasporto, vacanze tutto compreso, carne, beni durevoli per la casa, abbigliamento, beni durevoli per ricreazione e culturali, assicurazioni e infine cristalleria e utensili per la casa.

Insomma, nonostante la ripresina, la musica anche nei prossimi mesi cambierà poco.

La Stampa – 11 settembre 2014 

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