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Riforma del titolo V. Fine del federalismo e della devolution

E’ la fine del federalismo e della devolution bossiana. Undici anni dopo la riforma (voluta dal centrosinistra e approvata con una manciata di voti) e il referendum confermativo che nel 2001 ampliò le competenze delle Regioni, si capovolge di nuovo la prospettiva. Allo Stato ritorna il potere legislativo esclusivo su molti settori.

Il consiglio dei ministri vuole procedere a ritmi serrati per approvare la riforma del Titolo V della Costituzione che di fatto riscrive l’articolo 117 della Costituzione quello che disciplina i poteri dello Stato e delle Regioni. La bozza del disegno di legge è approdata ieri sul tavolo dei ministri che hanno tutta l’intenzione di cambiare la Carta in tempi strettissimi. Serve infatti un doppio passaggio in Parlamento, tra Camera e Senato oltre la maggioranza qualificata di due terzi. «Se vogliono davvero cancellare anche quel minimo di federalismo che c’è in Costituzione e se questo dovesse essere fatto da un governo non votato da nessuno saremmo di fronte ad un colpo di stato», tuona il senatore leghista Roberto Calderoli. Ma contro la riforma si sono scagliati i governatori delle Regioni e i presidenti delle province che dopo aver ingoiato i tagli ai costi della politica e i sacrifici imposti dalla legge di stabilità adesso vedono perdere una serie di competenze. Da destra a sinistra il coro di proteste è unanime. «La modifica al Titolo V della Costituzione non può essere fatto con un decreto legge», afferma il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Vasco Errani. Oggi ha fissato un incontro con i Governatori, mentre il presidente della Commissione sul federalismo fiscale, Enrico La Loggia ha chiesto un’audizione con il premier e minaccia di far dimettere tutti i componenti della commissione. Ma più che una riforma quella contenuta nel ddl del governo Monti è una rivoluzione. Ampliata la legislazione esclusiva dello Stato. In futuro lo Stato avrà legislazione esclusiva in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Di pertinenza statale saranno anche le norme generali sul procedimento amministrativo, sui livelli minimi generali di semplificazione e disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni. Porti, aeroporti, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la distribuzione nazionale dell’energia non saranno più materie di legislazione concorrente, ma torneranno di competenza statale. Scuola e Sanità rimangono materie concorrenti insieme al Turismo e al Commercio settori questi ultimi che non avranno più una disciplina frammentata. Rapporti internazionali. E’ attribuita completamente allo Stato la legislazione in materia di rapporti internazionali e comunitari sopprimendo l’attuale forma «concorrente» prevista dalla Costituzione. Controllo Corte dei Conti. Per blindare la legge sui costi della politica e preservarla dai ricorsi, viene esteso il controllo preventivo di legittimità anche ai bilanci regionali e sugli atti di spesa di regione, province e comuni. Addio dunque a spese pazze, municipalizzate fuori controllo e mangiasoldi, costi moltiplicati regione per regione. Patto di stabilità. Il nuovo testo introduce la partecipazione anche delle Regioni a statuto speciale al principio di equilibrio di bilancio e al patto di stabilità, così come voluto dall’ordinamento dell’Unione europea. A questo proposito va ricordato che i tagli alle Regioni a statuto speciale valgono il 35% dei risparmi totali previsti dal provvedimento sui costi della politica. Conferenza Stato-regioni. Avrà rango costituzionale e per abbassare il contenzioso di cui è investita la Corte Costituzionale su questioni di legittimità è previsto che non ci si possa rivolgere alla Consulta quando in Conferenza Stato-Regioni si ottenga un parere favorevole su un atto o un’intesa.

Il Mattino di Padova – 11 ottobre 2012

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