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Russia, in vigore da oggi l’embargo anche sull’import di frattaglie, farine e grassi animali Ue: “Troppi residui di antibiotici e metalli pesanti”

È in vigore da oggi l’embargo deciso dalla Russia sull’import di farine animali, grassi di bovini, suini e pollame, e altri derivati di bovini e suini provenienti dall’Ue.  Lo ha reso noto Rosselkhoznadzor, l’ente federale che controlla la qualità dei prodotti agricoli in Russia.

Le autorità di Mosca sostengono di aver riscontrato in 17 casi la presenza di sostanze vietate in derivati bovini provenienti da Italia, Austria, Ungheria, Germania, Danimarca e Polonia.

Secondo il Rosselkhoznadzor, l’ente federale russo che controlla la qualità dei prodotti agricoli, la motivazione va ricercata in una “violazione delle nome di sicurezza”. Il divieto si aggiunge al bando in vigore dal 7 agosto contro l’importazione di carne, pesce, latticini, frutta e verdura provenienti da Usa, Ue, Canada, Australia e Norvegia, ed è scattato come risposta alle sanzioni comminate contro Mosca per la crisi ucraina

La Russia alza l’asticella del testa a testa con l’Unione Europea sul tema delle sanzioni e annuncia l’estensione dell’embargo del 7 agosto sui prodotti agroalimentari, nei confronti dei paesi dell’Ue, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, anche alle farine animali, ai grassi bovini, suini e di pollame e ad altri derivati di bovini e suini come frattaglie bovine e suine. Una scelta che va a colpire in maniera ancora più pesante l’export europeo e italiano che, proprio sull’agroalimentare russo, basa una bella fetta delle esportazioni totali di cibo: circa 706 milioni di euro all’anno secondo i dati forniti dalla Coldiretti.

Le nuove restrizioni entrano in vigore oggi (martedì 21 ottobre); le frattaglie e gli altri sottoprodotti bovini e suinisi aggiungono quindi alla lista dei prodotti sottoposti alle precedenti restrizioni e, secondo il Rosselkhoznadzor, sono stati introdotti per ragioni analoghe. Nei primi sette mesi dell’anno solo le esportazioni di frattaglie bovine comunitarie verso la Russia hanno raggiunto le 26.000 tonnellate, quasi il doppio di quanto spedito nello stesso periodo del 2013, per un valore di quasi 40 milioni di Euro, circa 19 milioni in più rispetto al periodo gennaio-luglio dello scorso anno.

A comunicare la decisione del Cremlino è il Rosselkhoznadzor, l’ente federale russo che controlla la qualità dei prodotti agricoli, il quale offre come motivazione una presunta “violazione delle nome di sicurezza” da parte dei prodotti provenienti dall’Europa occidentale. In una dichiarazione, il Servizio Rosselkhoznadzor ha detto che questi risultati indicano un “fallimento da parte delle autorità veterinarie dell’UE nel garantire il rispetto non solo dei requisiti russi, ma anche della propria legislazione interna”.

Lo stop prenderà il via oggi, secondo quanto dichiara il responsabile Serghiei Dankvert, l’ente ha riscontrato 17 casi di presenza di sostanze vietate, tra cui metalli pesanti e agenti patogeni, in derivati bovini provenienti da sei paesi (Italia, Austria, Ungheria, Germania, Danimarca e Polonia): piombo, salmonella, tetracicline, cadmio, listeria, cloramfenicolo.

La decisione, però, più che una premura per la salute dei propri consumatori, potrebbe essere ricollegata anche alla lotta senza esclusione di colpi in corso tra Russia e Unione Europea in fatto di sanzioni. L’Ue continua a imporre e aumentare le “multe” nei confronti di Mosca in risposta alle “azioni illegali in Ucraina“. Una lotta a suon di milioni che rischia, però, di mettere in ginocchio settori che basano sull’export verso est la propria fortuna, o la loro sopravvivenza. Il presidente russo, Vladimir Putin, aveva avvisato i leader dell’Ue che, se avessero continuato a penalizzare il Paese, “alla Russia non rimane altra scelta che adottare contromisure”. E così ha fatto, colpendo prima una parte del settore agroalimentare e, poi, minacciando di estendere l’embargo anche al settore delle auto, della moda e dei mobili. Anche in questi due ultimi casi, il mercato italiano avrebbe subito un duro colpo, dato che questi comparti costituiscono da soli il 2,3% dell’export totale, circa 9 miliardi di euro all’anno. A differenza dell’agroalimentare, redistribuito in tutto il Paese, l’embargo ai settori moda e mobili avrebbero colpito più duramente l’Italia proprio perché le restrizioni si sarebbero concentrate su distretti industriali definiti, causando perdite concentrate in determinate aree che, così, si sarebbero ritrovate in ginocchio.

Tratto dal Fatto quotidiano – 21 ottobre 2014 

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