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Sanità & Riforme. Arrivano nuovi Ordini (ma non per tutti). Sbarca alla Camera di ddl Lorenzin. Promossi ostetrici, osteopati, biologi e tecnici della riabilitazione. Protestano i chiropratici

Approvato al Senato, adesso arriva alla Camera il disegno di legge 1324 più noto come disegno di legge Lorenzin sul riordino delle professioni sanitarie. Nucleo centrale del testo normativo è l’istituzione dei nuovi ordini professionali: delle professioni infermieristiche; delle ostetriche e degli ostetrici; delle professioni sanitarie della riabilitazione; dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. In quest’ultimo ordine dovrebbe confluire anche la professione di osteopata.

Arrivi

L’articolo 3 prevede inoltre che anche l’Ordine dei biologi rientri tra gli Ordini delle professioni sanitarie insieme a medici, veterinari e farmacisti. Biologi e psicologi rientreranno sotto la vigilanza del ministero della Salute (oggi sono vigilati dal ministero della Giustizia). Invece il Consiglio nazionale dei chimici assumerà la denominazione di Federazione nazionale degli Ordini dei chimici e dei fisici, al quale si applicano le disposizioni degli Ordini delle professioni sanitarie. Il decreto includerebbe tra le professioni sanitarie anche quella del chiropratico, ma questo è il passaggio che ha suscitato maggiori polemiche perché la categoria si sentirebbe declassata. Una legge del 2007 infatti aveva definito il chiropratico professionista sanitario primario e previsto per coloro che avessero conseguito una laurea magistrale abilitante l’iscrizione nel registro istituito presso il ministero della Salute. Questa norma è rimasta inattuata non essendo stato emanato il decreto attuativo.

Conflitti

La legge attualmente in Senato cancellerebbe quindi quella del 2007, declassando i chiropratici a professione tecnica. «La professione è talmente diffusa, ormai da oltre centoventi anni, che l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2005 ha emanato delle Linee guida sulla formazione di base e sulla sicurezza in chiropratica — spiega John William, presidente dei chiropratici italiani —. Nel documento dell’Oms si legge che uno dei vantaggi accertati che ha la chiropratica è quello di essere una forma di trattamento economicamente efficiente dei disturbi neuromuscoloscheletrici; in proposito si possono citare numerosi studi internazionali sul rapporto costo/efficacia. In conseguenza di tale complessa definizione, l’Organizzazione mondiale della sanità richiede che il corso di studi universitari in chiropratica non sia inferiore a cinque anni. Questo è ciò che la legge del 2007 ci aveva riconosciuto e ciò che vogliamo mantenere. Non chiediamo scorciatoie, vogliamo un riconoscimento in linea con ciò che accade negli Usa e in molti altri paesi europei».

Il punto è che sulla revisione delle professioni sanitarie ha detto la sua anche la commissione bilancio del Senato che, in linea con il ministero dell’Economia, non vede di buon occhio un eccessivo aumento di Ordini professionali indipendenti che farebbero lievitare le spese per lo Stato. Per questo si è pensato a una soluzione intermedia riconoscendo ai chiropratici una dimensione «tecnica».

«Il legislatore italiano — ricorda il presidente dei chiropratici — dovrebbe tenere presenti anche i limiti che pone la normativa europea e non realizzare, attraverso una disciplina non coerente, una violazione dei Trattati dell’Unione limitando, di fatto, la libera circolazione e la libertà di stabilimento dei chiropratici laureati negli altri paesi Ue, come affermato nella motivazione della Risoluzione del Parlamento europeo sulle medicine non convenzionali. L’istituzione di un corso di laurea in chiropratica nell’ambito delle professioni tecniche e della riabilitazione, avrebbe un’ulteriore conseguenza: gli studi dovrebbero essere svolti in sede ospedaliera ovvero presso altre strutture del Servizio sanitario nazionale e istituzioni private accreditate. Questo porrebbe la formazione in chiropratica svolta in Italia al di fuori dei circuiti universitari europei ed internazionali».

Corriere Economia – 4 luglio 2016 

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