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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Sanità: “Negli ultimi sei anni boom dei costi per i cittadini, ma qualità e quantità delle prestazioni sono diminuite”. Spesa sanitaria italiana inferiore a quella degli altri Paesi del G7
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    Sanità: “Negli ultimi sei anni boom dei costi per i cittadini, ma qualità e quantità delle prestazioni sono diminuite”. Spesa sanitaria italiana inferiore a quella degli altri Paesi del G7

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche15 Gennaio 2017Nessun commento4 Minuti di lettura
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    I dati del rapporto Ospedali & Salute 2016, preparato dalla società di ricerche Ermeneia in collaborazione con l’Associazione italiana ospedalità privata, mostrano che nonostante la spending review ci sono ancora sacche di inefficienza che valgono fino a 3,2 miliardi. Risultato: i pazienti si rivolgono a strutture private, si spostano in altre regioni o sono costretti a rinunciare alle cure

    I ticket per le prestazioni sanitarie sono cresciuti del 40,6% fra il 2009 e il 2015. Quelli per i farmaci del 76,7%, mentre i costi per le visite a pagamento negli ospedali pubblici sono saliti del 21,9 per cento. Ciononostante la qualità e la quantità della sanità pubblica è peggiorata, mentre sul fronte della spesa persistono sacche di inefficienza che potrebbero valere fino a 3,2 miliardi. Complice soprattutto l’opacità dei bilanci di aziende ospedaliere e ospedali a gestione diretta. Dopo cinque anni di spending review è questo il quadro del sistema sanitario italiano, tracciato nel 14esimo rapporto annuale Ospedali & Salute 2016 della società di ricerche Ermeneia in collaborazione con l’Associazione italiana ospedalità privata. Il rapporto racconta il duplice danno per i cittadini che, oltre all’aumento dei costi, subiscono anche il progressivo degrado di una sanità pubblica che ha visto ridursi posti letto (-9,2%), ricoveri (-18,3%), giornate di degenza (-14%) e personale (-9%). “Tutto ciò ha spinto i pazienti a cercare soluzioni alternative presso le strutture private, accreditate e non; a ricorrere a strutture ospedaliere presenti in altre regioni rispetto a quella di residenza; addirittura a rimandare o a rinunciare alle cure”, precisa l’indagine, che ha evidenziato come nel triennio 2012-2014 la spesa sanitaria italiana rispetto al prodotto interno lordo (6,8%) sia stata inferiore a quella degli altri Paesi del G7 (8,2%).

    Ma il peggio è che cresce anche il numero di italiani che non riescono a curarsi: secondo Ermeneia, nel 2016 il 16,2% delle famiglie ha infatti “rimandato una o più prestazioni (fenomeno che ha coinvolto tra 4 e 8 milioni di persone)”. Il 10,9% delle famiglie ha invece rinunciato a curarsi per un totale di 2,7-5,4 milioni di persone interessate. Per la società di ricerche presieduta da Nadio Delai, i dati in questione descrivono un chiaro caso di “deflazione da razionamento dell’offerta” per effetto di una spending review, che si è concentrata su una riduzione dei costi capace di coinvolgere anche la sanità convenzionata già stressata dai ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. Tuttavia “dopo anni di tagli e contrazione della crescita dell’intero sistema sanitario, quest’anno per la prima volta abbiamo intravisto qualche segnale di inversione di tendenza – spiega Gabriele Pelissero, presidente dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata – ci sono ancora macigni ingombranti da eliminare, quali ad esempio il tentativo di limitare fortemente la mobilità interregionale e di conseguenza il diritto del paziente di scegliere liberamente il luogo di cura”. La strada da percorrere per difendere il diritto alla salute sancito dalla Costituzione è insomma decisamente lunga e deve tener conto delle “condizioni che viviamo oggi e che vivremo domani”, come precisa Pellissero.

    Tuttavia, già oggi, all’interno del sistema nazionale sanitario ci sono ancora risorse da “liberare” per migliorare il servizio ai cittadini. Ermeneia le ha individuate nei 2,6-3,2 miliardi di sovraricavi 2015 delle 84 aziende ospedaliere e dei 360 ospedali a gestione diretta. Si tratta in sostanza di introiti che, nei termini di legge, sono solo stimati all’interno dei bilanci e che rappresentano la contropartita per le cosiddette “attività a funzione”, cioè attività assistenziali come il pronto soccorso o la terapia intensiva per le quali non esiste una tariffa predefinita (DRG). Secondo lo studio, i sovraricavi sono “forme di riconoscimento talvolta troppo ampie di ricavi ‘impropri’ che, come tali, contribuirebbero inevitabilmente al ripianamento implicito delle perdite” di aziende ospedaliere e ospedali. E’ in quei numeri che potrebbero dunque nascondersi risorse essenziali per una “manutenzione straordinaria” della sanità pubblica che faccia “crescere l’abilità delle strutture ospedaliere nel ‘fare di più e meglio con meno’”. La strada maestra? “Una maggiore trasparenza dei bilanci che aiuterebbe a misurare il livello di efficienza delle diverse strutture”. E contribuirebbe così ad eliminare le sacche di inefficienza della spesa sanitaria che, nonostante gli anni di spending review, ancora si annidano nelle pieghe dei bilanci di ospedali e aziende ospedaliere.

    di Fiorina Capozzi | Il Fatto quotidiano – 12 gennaio 2017

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