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Sassari. Lingua blu a 10 anni primo caso, bilancio dell’Izs

650 mila capi morti e oltre il 62% delle aziende colpite

SASSARI. Da 300mila capi morti o abbattuti durante la prima ondata epidemica del 2000-2001 a 24 casi nel 2010. Questa la parabola discendente della lingua blu, la febbre catarrale degli ovini, a dieci anni dall’arrivo del virus nella campagne sarde. Lo rende noto l’ Osservatorio epidemiologico veterinario regionale dell’Istituto Zooprofilattico della Sardegna, che traccia un bilancio della malattia e dei metodi di controllo messi in campo dal Sistema sanitario regionale (Asl, Regione, Istituto Zooprofilattico).

«Siamo passati da una fase epidemica, in cui si registravano centinaia di migliaia di casi, a una endemica in cui si è ridotto il numero dei focolai e dei capi abbattuti – spiega il responsabile dell’Osservatorio epidemiologico di Cagliari, Sandro Rolesu -. Questo è dovuto al successo delle strategie di vaccinazione e al fatto che, nel corso degli anni, si è sviluppata una sorta di “memoria immunitaria” contro il virus. Ma non significa che la malattia è stata sconfitta. Anzi – precisa Rolesu -, la circolazione del virus è sempre presente perché la Sardegna possiede un patrimonio ovino molto sensibile alla lingua blu e l’ambiente offre un ecosistema favorevole al vettore del morbo. Perciò non dobbiamo abbassare la guardia e continuare sulla strada della vaccinazione e del monitoraggio dei fattori di rischio».

I numeri. Era il 18 agosto del 2000 quando in un allevamento di Pula, in provincia di Cagliari, venne accertato il primo caso italiano di lingua blu. Un decennio costato caro all’economia sarda, con 650mila perdite tra capi morti e abbattuti e il 62% degli allevamenti colpiti. A questo si aggiungono migliaia di ovini, caprini e bovini sottoposti al blocco della movimentazione per impedire la diffusione del virus, che si è spostato da Sud a Nord dell’isola trasportato dall’insetto culicoides imicula. È lui il responsabile del contagio che ha portato stabilmente in Sardegna il flagello della malattia esotica dei ruminanti.

«Dal 2000 a oggi abbiamo avuto tre grandi epidemie: quella del 2000-2001, quella del 2001-2002 e quella del 2003-2004 – commenta il responsabile dell’OEVR -. La prima e la terza si sono concentrate a Sud e nella costa occidentale, mentre la seconda ha flagellato la Sardegna Nord orientale. In dieci anni si sono salvati solo una manciata di comuni, con un effetto “a ciambella” che ha danneggiato più le zone costiere che l’interno».

La battaglia. «Certo i problemi non sono mancati – ammette Rolesu -, perché ci siamo trovati di fronte ad una malattia nuova per la nostra regione. La blue tongue, infatti, è diffusa in Africa e nelle zone tropicali e si presenta con 24 sierotipi così diversi che gli animali immuni per un tipo sono comunque sensibili agli altri. In Sardegna i più presenti sono il 2 e il 4, perciò quando è arrivato contemporaneamente anche il virus 16 abbiamo dovuto somministrare un vaccino trivalente che ha causato molti effetti indesiderati».

«Alla lunga, però, abbiamo avuto ragione e le percentuali di capi morti negli ultimi cinque anni, sempre vicine allo zero, dimostrano la validità del vaccino», sottolinea Rolesu. Dato confermato anche a livello internazionale, perché la movimentazione verso altri Paesi è consentita solo al bestiame vaccinato e la Commissione europea ha deciso una campagna ad ampio raggio su tutto il continente.

La sorveglianza. Dieci anni di esperienza sono serviti anche per mettere a punto una di rete di sorveglianza e oggi l’Istituto Zooprofilattico ha un’efficace sistema di controllo che permette di monitorare lo stato epidemiologico della blue tongue in Sardegna.

Si tratta di un controllo incrociato sierologico ed entomologico. Con il primo, si tiene sotto osservazione la circolazione del virus attraverso i cosiddetti “animali sentinella”, mentre con il secondo si verifica la presenza del Culicoides imicola nella regione. E se i controlli danno esito positivo, il territorio viene ritenuto infetto e sottoposto a maggiori vincoli sanitari. «Certo non è sistema di allerta rapido – conclude Rolesu – ma questo insieme di dati ci permette di certificare il territorio e valutare in modo costante il rischio blue tongue. Ciò significa che in prospettiva potremo consentire una più facilmente movimentazione degli animali, che potranno essere trasportati anche senza vaccinazione con l’accordo delle regioni interessate».

Sassarinotizie.com – 29 gennaio 2011

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