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A questi ritmi l’Italia tornerà ai livelli pre-crisi solo nel 2028. Il confronto con gli altri Paesi europei: fra 2000 e 2015 Francia e Germania sono cresciute del 18%, la Spagna del 24%

Una crescita piatta e insoddisfacente. Con i ritmi attuali arriveremo ai livelli pre-crisi al 2028. Una situazione che fa riemergere «con forza» il divario tra l’andamento economico nostro e quello degli altri paesi europei, pur non brillante. Il?Centro studi di Confindustria ha presentato ieri il Rapporto di previsione con un’analisi a tutto campo della situazione economica italiana e internazionale.

«Nel corso dell’estate lo scenario è ulteriormente peggiorato, una serie di fattori sta concretizzando, anche nei paesi più dinamici, la temuta stagnazione secolare», afferma il Rapporto. Per l’Italia, parla di un «quindicennio perduto» e di un netto abbassamento, a causa della crisi, del potenziale di crescita, che nelle stime del Fondo monetario è sceso dall’1,2% allo 0,7 per cento, e di una diminuzione della capacità produttiva.

In questo contesto di maggiore incertezza interna ed esterna legata a fattori economici e politici si inserisce la revisione al ribasso del Pil indicata ieri, con l’Italia che frena: +0,7% nel 2016; +0,5% nel 2017. Un aggiustamento aritmetico rispetto alle stime di giugno, ha spiegato il direttore del Csc, Luca Paolazzi, dovuto ai risultati del Pil (pari a zero), del secondo trimestre.

Restano tutti i fattori di debolezza del paese: «La crescita indicata per il 2017 non è scontata e va conquistata», è scritto nelle prime pagine del testo, con i «rischi che si mantengono verso il basso». Una prospettiva che si aggiunge al divario già acquisito: tra il 2000 e il 2015 il Pil è aumentato del 23,5 in Spagna; del 18,5 in Francia e del 18,2 in Germania, mentre è calato dello 0,5 in Italia. Per crescere secondo il Csc occorre lavorare su due fronti: rimuovere gli ostacoli che intralciano il pieno sfruttamento e l’ampliamento del potenziale italiano. E quindi il credito, che si sta continuando a contrarre, e la minore competitività del paese, causata dall’aumento del costo del lavoro per unità di prodotto e dalla scarsa produttività.

Segnali positivi, nonostante la bassa crescita, arrivano sull’occupazione che aumenterà dell’1% nel 2016 e dello 0,5% nel 2017. L’aumento dei posti di lavoro si è concentrato nella prima metà del 2016, +12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, perderà slancio nella seconda parte del 2016 e nel 2017, dato il rallentamento del Pil.

C’è un altro elemento positivo sul versante dell’occupazione, che il Csc indica come risultato del Jobs Act: quasi i quattro quinti dei 426mila posti di lavoro in più creati dall’inizio del 2015 a metà 2016 sono con contratti a tempo indeterminato.

È la riprova che quando le riforme vengono attuate, ha sottolineato Paolazzi, i risultati non tardano a concretizzarsi. Burocrazia, giustizia, tassazione elevata, infrastrutture carenti, concorrenza frenata, istituzioni del mercato del lavoro: sono i problemi da affrontare. Su molti temi il governo è intervenuto con importanti riforme, ma «in gran parte attendono una piena attuazione e la trasformazione in comportamenti».

È vitale proseguire nel processo riformista, incalza il?Csc. Il referendum sulle modifiche alla Costituzione migliorerebbe la governabilità e aiuterebbe a superare alcuni impedimenti agli investimenti. Un tasto dolente: gli investimenti privati in Italia sono penalizzati dalla bassa redditività, ai minimi storici. Il peggioramento dell’economia, e il conseguente peggioramento del deficit, secondo il?Csc richiederebbe una manovra correttiva sui saldi di 16,6 miliardi per il prossimo anno. Quindi è necessario negoziare margini di flessibilità a Bruxelles e concentrare le poche risorse su investimenti privati, scambio salari produttività, crescita delle imprese. Inoltre secondo il?Csc per combattere la povertà invece dell’ipotesi sul bonus sulle pensioni minime sarebbe meglio concentrare le riforme sul reddito di inclusione.

Il Sole 24 Ore – 16 settembre 2016 

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