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Scenari. Le quattro riforme in salita che tolgono il sonno al premier. Sul Senato può accelerare, ma rischia il pantano sulla governance Rai

Ugo Magri. Da quando a Renzi si è ristretta la maggioranza (cioè dal giorno che Berlusconi ha smesso di fargli da spalla) ogni riforma è diventata una fabbrica del Duomo. Una volta a puntare i piedi è la sinistra Pd, la volta dopo si mettono di traverso gli alfaniani, col risultato che lo slancio fattivo del premier si incaglia nelle mediazioni specie a Palazzo Madama, dove i numeri sono più risicati.

Quattro al momento i pomi della discordia: riforma del Senato, unioni civili, governance Rai e prescrizione. In tutti e quattro i casi non c’è alcuna certezza di arrivare al traguardo prima dell’autunno. Anzi, con il passare dei giorni cresce il pessimismo. L’impressione è che Renzi dovrà fare delle scelte precise, scegliendo dove concentrare gli sforzi e dove invece attendere tempi migliori.

Lo snodo apparentemente più impervio è, paradossalmente, anche quello più semplice: la riforma del Senato sarà incardinata oggi nella prima commissione, presieduta da Anna Finocchiaro. Entro luglio verrà licenziata per il dibattito in aula, su questo non vi sono dubbi. Così come si dà per certo che Renzi e la Boschi faranno concessioni alla minoranza interna. L’idea è di dare un po’ più peso al futuro Senato senza però riproporre il bicameralismo di adesso. La mediazione, ancora tecnicamente un po’ confusa, consiste in un meccanismo a metà strada tra la nomina e l’elezione. I senatori verrebbero selezionati nell’ambito di appositi «listini» collegati ai presidenti delle Regioni. Conterebbero assai meno di oggi, ma sempre più di quanto prevede l’attuale testo della riforma. La minoranza Pd se lo farà bastare.

Più complicata, per Renzi, sarà la riforma della «governance» Rai. La destra fa muro contro il «parere» che l’amministratore delegato dovrà chiedere al Cda sulla nomina dei direttori di testata: oltre che «obbligatorio», quelli di Forza Italia lo vogliono «vincolante», in modo da intavolare una trattativa sui nomi. Ma sono in molti, non solo tra i «berluscones», a contestare il verticismo della riforma. Per esempio non piace che a scegliere l’amministratore delegato sia il ministro dell’Economia, vale a dire il governo. Può darsi che Renzi riesca a imporre la sua volontà, ma per ora la legge arranca in commissione a Palazzo Madama. Stessa storia sulla prescrizione dove, tuttavia, qualcuno sospetta un gioco delle parti. Tra chi? Tra gli alfaniani (che fanno muro contro un allungamento «monstre» dei termini, portati a 22 anni) e il governo medesimo (che non intende restare vittima dell’ala Pd più vicina alle toghe). Si cercherà un equo compromesso, ma l’ultimo tentativo martedì è andato storto, la legge resta virtualmente incagliata. Urge un colpo d’ala.

Stessa storia sulle unioni civili: anche qui i centristi vanificano la fretta del premier. In commissione al Senato si presentano puntuali Giovanardi o Sacconi, quando non entrambi, a mettere i bastoni tra le ruote del Pd. Temono che la legge diventi un «cavallo di Troia» per le adozioni gay. Che nel testo in discussione non sono ammesse. Ma siccome su tutto il resto non c’è molta differenza con il matrimonio «etero», loro paventano che qualche corte europea possa un domani condannare l’Italia per discriminazione dei gay. Equiparandoli pure sulle adozioni proprio grazie alla legge che gliele vieta…

La Stampa – 2 luglio 2015 

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