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Scontro sul contributo di solidarietà. Boeri propone di finanziare la flessibilità in uscita con un prelievo sugli importi elevati. Ma il governo lo ferma. E rilancia il progetto per ridurre l’età di ritiro

Per aiutare i giovani a trovare un posto di lavoro, occorre liberarlo. Consentire cioè a chi è vicino alla pensione di lasciare un po’ prima. Agevolare la flessibilità in uscita «non è qualcosa che si può rimandare a lungo, bisogna intervenire adesso, non fra tre anni, perché il blocco morde».

E proprio per finanziare questa flessibilità, il presidente dell’Inps Tito Boeri pensa a «un contributo di solidarietà» da chiedere anche ad una parte degli italiani che percepiscono 475 mila pensioni liquidate prima del 1980, dunque in vigore da oltre 36 anni (escluse le baby degli statali, quelle sociali e di invalidità, incluse vecchiaia e reversibilità). Non a tutti però, solo agli «importi più elevati».

«Non c’è alcuna istruttoria né tecnica né politica su contributi dalle pensioni», lo gela però Tommaso Nannicini, sottosegretario di Palazzo Chigi. Anche se «il tema della flessibilità in uscita resta nell’agenda del governo e di qui alla prossima Stabilità si tratta di capire se e come metterci mano». Anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti frena le attese di un intervento, caldeggiato anche dai sindacati nella manifestazione di sabato. E sul contributo di solidarietà dice che «oggi sulle pensioni alte c’è già, è in scadenza e dovrà essere valutato se confermarlo» così o diverso.

In effetti un prelievo esiste, deciso per il triennio 2014-2016 dal governo Letta nel 2013 dopo quello di Monti-Fornero bocciato poi dalla Corte Costituzionale: 6% sulla pensione lorda annua che eccede i 91 mila euro, 12% sopra i 130 mila, 18% dai 195 mila in su. Il 31 dicembre di quest’anno scade, sempre che la Corte Costituzionale non lo bocci prima, visto che c’è stato un ricorso e un suo giudizio è atteso per giugno. Il gettito non è stratosferico: 53 milioni netti annui, circa 150 milioni nel triennio, eventualmente da restituire.

«Lavoriamo alla flessibilità», ammette Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia. «Ma la legge Fornero nel suo impianto va difesa». Per ora sul tavolo c’è la proposta Boeri. Che però non è nuova. Contenuta nel denso documento consegnato al governo lo scorso giugno – “Non per cassa, ma per equità” – in realtà si rivolge a una platea di 250 mila pensionati cosiddetti d’oro che ricevono oltre 326 mila pensioni (tra cui di sicuro molte percepite prima del 1980, ma in ogni caso quelle di reversibilità non verrebbero toccate), con assegni superiori ai 3.500 euro lordi mensili, da ricalcolare tenendo conto del peso dei contributi versati in una vita di lavoro e l’età di uscita. Tanto più questa è stata precoce, maggiore è la probabilità di uno scostamento tra quanto si percepisce e quanto, per equità, si dovrebbe prendere. Un 10% in meno per le pensioni tra 5 mila e 7 mila euro. Un 12,4% in meno per quelle sopra i 7 mila. Mentre per gli assegni tra 3.500 e 5 mila in realtà ci sarebbe solo il congelamento dell’indicizzazione. Il che significa, in questi anni di deflazione, di una mini- sforbiciata dello 0,2%.

Da questo ricalcolo Boeri conta di ricavare quasi un miliardo di euro, per la precisione 956 milioni. E di finanziare in parte la flessibilità in uscita, la possibilità di anticipare di tre anni la pensione. Anche qui la penalizzazione sarebbe variabile: al massimo il 9% nel triennio (3% l’anno), ma solo per chi ha avuto una carriera continua e versamenti tutti col sistema retributivo. Per chi ricade del misto (retributivo e contributivo), la penalizzazione è dimezzata (4,5%).

Il riferimento fatto ieri dal presidente dell’Inps alle 475 mila pensioni godute da più di tre decadi non era dunque per dire che saranno tagliate. Ma per segnalare «le concessioni eccessive fatte in passato e che oggi pesano sulle spalle dei contribuenti». E soprattutto su quelle dei giovani, sfavoriti da regole che trattengono i sessantenni al lavoro. E lasciano loro fuori.

Repubblica – 4 aprile 2016 

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