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Sì al referendum sull’indipendenza questa volta è legge (ma senza data). La politica veneta imbocca la strada più difficile

E’ incredibile a dirsi, eppure è successo. Contro ogni previsione, mentre fuori dal Palazzo infuria la tempesta giudiziaria delle tangenti per il Mose (e pure dentro il Palazzo: l’assessore alle Infrastrutture Renato Chisso ed il consigliere del Pd Giampietro Marchese sono ancora agli arresti), il consiglio regionale ha votato ieri la legge che indice il referendum per l’indipendenza del Veneto.

Dopo tre tentativi andati a vuoto dall’inizio della legislatura (nulla più che gran dibattiti ed un paio di risoluzioni-bandiera) avevano smesso di crederci pure gli irriducibili venetisti, presenti infatti a Palazzo Ferro Fini con una delegazione assai più ristretta e «spoglia» rispetto ai precedenti, e invece questa è stata la volta buona. Per due ragioni, probabilmente: l’avvicinarsi della campagna elettorale per le Regionali, che induce la politica ad una maggior «sensibilità», e lo spostamento dell’attenzione dell’opinione pubblica su altri fronti, che ha allentato la pressione sui consiglieri titubanti.

Il risultato lo proclama il presidente dell’assemblea, Valdo Ruffato, dopo la votazione nominale chiesta dai consiglieri indipendentisti: «Trenta sì, dodici no, tre astenuti: il consiglio approva». E giù applausi. Ma la maggioranza di centrodestra, in realtà, ha poco di che rallegrarsi. Messa alle strette dalla Lega Nord, che avrebbe vinto comunque sarebbe andata (col sì porta a casa il referendum, col no avrebbe gridato allo scandalo ergendosi a unica paladina «di questo popolo»), l’alleanza che sostiene il governatore Luca Zaia s’è sfilacciata malamente: il Carroccio, ovviamente, ha votato sì; Forza Italia per il Veneto ha disertato l’aula (ma non Coppola, favorevole); Forza Italia «semplice» ha detto sì (ma non tutta: Teso ha optato per il no, Mainardi è uscito strategicamente); Ncd un po’ e un po’ (astenuti Conta e Tesserin, assente Laroni, in congedo a Londra Zorzato, favorevoli Ruffato e Toniolo). Non che le cose siano andate molto meglio nella minoranza ma in questo caso il «gruppone» costituito da Pd e Idv è stato granitico sul no e comunque non sta a chi ha perso le elezioni menare le danze al Ferro Fini (il verbale completo del voto si può leggere a sinistra).

Cosa succederà ora? Il punto chiave è che dopo anni di dibattiti sui giornali, convegni, approfondimenti tecnici, commissioni di esperti, consigli straordinari, plebisciti online dagli esiti contestati (validissimi per gli organizzatori, farlocchi per il resto del pianeta), manifestazioni in laguna e in terraferma, e mettiamoci pure l’inchiesta sui nuovi Serenissimi che ha portato in carcere 22 persone, c’è un atto formale (una legge regionale) approvata da un organo istituzionale (il consiglio regionale) che in cinque-articoli-cinque indice il referendum che potrebbe realizzare il sogno padano della secessione, pur limitatamente al Veneto. La domanda, al primo comma dell’articolo 1, è infatti secca e inequivocabile: «Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana? Sì o no?». Ora, è evidente che queste tre righe si portano dietro una sequela di interrogativi da perderci la testa (li approfondiamo nell’articolo a destra), primo fra tutti, come hanno sottolineato con sferzante sarcasmo dai banchi del Pd, che ne sarà del Friuli Venezia Giulia? Diventerà un’enclave italiana in terra straniera, con viveri e beni di prima necessità paracadutati dopo pericoloso sorvolo del Veneto?

Le ironie vengono facili ma quel che è successo ieri è un fatto politicamente serissimo perché nonostante non vi sia una data fissata nero su bianco, a ben vedere non si sappia neppure bene come organizzare una consultazione del genere, il via libera al referendum manifesta una rottura senza precedenti nei rapporti tra Venezia e Roma, lo strappo di una parte importante della «rappresentanza veneta» (Lega e indipendentisti), avvallato da berlusconiani e alfaniani al grido «lasciamo che il popolo si esprima», in un momento in cui crisi e disoccupazione stanno esasperando il carsico sentimento anti-Stato più che anti-Sud che da sempre attraversa questa regione. Ed è anche un segnale al governo: non basta che il premier Matteo Renzi si faccia vedere qui tre volte l’anno, promettendo di «tornare al più presto», perché gli arrabbiati e i delusi si sentano oggetto delle attenzioni che ritengono di meritare. Al federalismo e all’autonomia differenziata ormai non ci crede più nessuno.

Su questo è ruotato il dibattito protrattosi per tutta la giornata di ieri. Ovviamente soddisfatto il primo firmatario della legge, Stefano Valdegamberi («Abbiamo avuto il coraggio di alzare la testa, non vogliamo più vivere con la mano tesa. I cittadini potranno esprimersi in modo pacifico e democratico e io sono pronto ad andare in galera per difendere la loro libertà, a differenza di altri che ci sono finiti per aver rubato…») e con lui il neo senatore della Lega Paolo Tosato («Viviamo una situazione drammatica per colpa di uno Stato incapace di dare risposte giuste al declino, alla miseria, alla disoccupazione. Potevamo assumerci le nostre responsabilità oppure rassegnarci a non fare nulla») ed i venetisti Mariangelo Foggiato e Giovanni Furlanetto («Dopo anni di battaglie, finalmente ci siamo» ha detto il primo; «Oggi onoriamo i 69 patrioti veneti che nel 1866 si rifiutarono di votare per l’annessione all’Italia»). Contrari ovviamente Lucio Tiozzo del Pd («Abbiamo scritto una pagina nera, siamo sull’orlo del ridicolo e del tragico»), Gennaro Marotta dell’Idv («E’ una corsa al facile consenso che porta ad una falsa soluzione») ma anche Moreno Teso di Forza Italia, che ha letto in aula le commoventi ultime parole del lagunare Matteo Vanzan, ucciso a Nasiriyya, sull’orgoglio dell’essere italiani. Il governatore Luca Zaia ha invece chiesto a tutti di «fare squadra»: «Prendiamo esempio dal Ptm, il “Partito trasversale meridionale”. Al Nord manca la capacità di sviluppare un’azione sinergica nel portare avanti le giuste rivendicazioni di questo territorio. E’ indispensabile fare squadra fra destra, sinistra e centro, per portare avanti insieme la causa del popolo veneto».

Marco Bonet – Corriere del Veneto – 13 giugno 2014 

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