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“Si riapre la caccia al lupo”. Domani alla Conferenza Stato Regioni il piano che prevede l’abbattimento Proteste del Wwf e sciopero della fame dei radicali. Galletti: “No ai populismi”

Antonella Mariotti. «Deroghe al divieto della rimozione lupi»: questo capitolo del piano di protezione e gestione del lupo, che si discuterà nella conferenza Stato Regioni di domani, ha fatto infuriare animalisti e ambientalisti. I social e le caselle mail di rappresentanti delle istituzioni sono piene di appelli per salvare il più affascinante dei predatori della nostra fauna.

Il lupo è da sempre uno spartiacque delle coscienze tra chi vuole proteggere l’ambiente così come è e chi pensa che si possa «gestire» (leggi, cacciare). È vero, però, che di «deroghe» al divieto di abbattimento si parla e si scrive nei piani di conservazione già dal 1992 e queste sono entrate nell’ordinamento giuridico cinque anni più tardi. Lo conferma Willy Reggioni, uno dei principali esperti di lupi che si occupa dei progetti «life» nel Parco dell’Appennino Tosco-Emiliano e ora del progetto «Mirco-Lupo». «Non si approva la caccia ai lupi, ma l’aggiornamento del piano d’azione per la conservazione del lupo stesso – dice – e le deroghe, appunto, sono previste da una ventina d’anni».

Se i lupi sono sotto protezione dal 1970, il capitolo «deroghe» ha comunque messo in allarme il Wwf, che si appella al ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti. Il quale reagisce: «La conservazione del lupo è un tema troppo serio perché possa essere piegato al clamore mediatico o al populismo di qualcuno». Ma perché questa «guerra» ai lupi? Il problema è negli attacchi alle greggi: aumenta il numero dei branchi, che spesso non trovano abbastanza cibo e scelgono come obiettivo le stalle. Gli allevatori protestano, le Regioni hanno meno fondi per ripianare i danni e così chi aspetta di imbracciare la doppietta trova alleati proprio negli allevatori.

Intanto il Wwf ha inviato un appello a 20 presidenti di Regione, perché non approvino il piano. «Quella contenuta nel documento è una pericolosa forzatura dei dati – scrive il Wwf – e della legislazione che fa prevalere la pressione di alcune categorie economiche sul volere della maggioranza dei cittadini». Contro il piano si schiera EcoRadicali: l’associazione ecologista dei Radicali ha promosso uno sciopero della fame per chiedere uno «stop» al ministero e finora sono 138 i militanti che hanno aderito. «No» anche il Movimento Cinque Stelle, che considera il piano illegittimo, perché, «secondo la direttiva Ue, dovrebbero essere realizzate alcune azioni preliminari, come il censimento della specie».

«Fa piacere la reazione – sottolinea Reggioni -: il piano l’abbiamo visto, ma non nella versione aggiornata. I Parchi, comunque, sono esclusi dalla discussione. Se non si interverrà, potremmo perdere il lupo. Noi ce ne stiamo occupando, ma ci sentiamo soli. Dov’è il resto del Paese?».

Attenti a non ridurre la natura agli interessi dell’uomo. Pochi fondi ai parchi, considerati un problema anziché una risorsa

Mario Tozzi. In un Paese in cui non scarseggiano le buone leggi forse non era il caso di toccarne una ancora all’avanguardia in Europa, nonostante sia passato più di un quarto di secolo dalla sua originaria approvazione.

Altra cosa è verificare se la 394/91 (legge-quadro per le aree protette) sia stata completamente applicata, ma, visto il tipo di problemi riscontrati, sarebbe forse il caso di rilanciarla, dotandola di quelle risorse e di quegli strumenti che sono finora scarseggiati, non depotenziarla e renderla succube, di fatto, della politica locale che non brilla certo per la conservazione e la tutela della natura.

Invece alle 23 «perle» naturalistiche del Belpaese va meno di quanto occorre per costruire un km della variante di valico autostradale Bologna-Firenze. Tanto che i parchi possono garantire quasi solo il funzionamento ordinario e, con questa riforma, vedono ulteriormente indebolite le funzioni di tutela e salvaguardia che devono essere il loro primo obiettivo.

Per prima cosa un’eventuale revisione della legge 394 (attualmente approvata dal Senato) andrebbe condivisa non solo con i portatori di interesse economico, ma prima di tutto con le associazioni ambientaliste che sono tutte (ma proprio tutte) contrarie a questa revisione. Poi dovrebbe avere come base un rilancio della conservazione della natura come valore etico fondante della nazione, partendo dall’articolo 9 della Costituzione (anche se lì si usa il termine «paesaggio»). Si dovrebbe poi evitare nella maniera più assoluta la frammentazione localistica che sancisce, per esempio, l’impossibilità di avere un Parco Nazionale del Delta del Po: un assurdo naturalistico che non ha uguali in Europa. Un parco nazionale deve restare sovraordinato rispetto a qualsivoglia Regione, Comune o Provincia, perché la tutela della natura deve essere compito dello Stato e perché localmente i troppi interessi particolari la minacciano continuamente. Come dimostrano le continue violazioni e deroghe alla legge 157/92 sulla caccia, quella sì da cambiare profondamente, fino a quando un referendum sancirà la volontà ben nota degli italiani di cancellarla.

La stagione venatoria appena conclusa riporta il solito bollettino di guerra alle specie protette: tra queste, sono stati uccisi un’aquila del Bonelli e cinque Ibis eremita, animale sacro per tutti i popoli tranne che per il nostro. Per non parlare della possibile apertura della «caccia di controllo» al lupo appenninico: dopo averlo salvato dall’estinzione si decide di intaccarne la popolazione, perché scorrazza troppo libero per l’Appennino. Siamo alle solite, tutta la natura ricondotta sempre e solo all’uomo, padrone di qualcosa che in realtà non gli appartiene.

Peraltro negli anni sono cambiati i riferimenti internazionali e oggi la natura è più tutelata. Per esempio la conservazione della ricchezza della vita è diventata anche programma strategico dei governi: modificando la 394, riesce difficile capire come si potrà mantenere la biodiversità. Nella revisione passata, in Senato, presidente e direttore dei parchi diventano cariche politiche senza alcun riferimento alla preparazione naturalistica (che non viene neppure valutata). Gli agricoltori (e chissà perché solo loro) entrano nei consigli direttivi: di questo passo per istituire un’area marina protetta si dovrà chiedere il permesso ai pescatori subacquei. E ci sono meno scienziati, meno ecologisti e più rappresentanti locali.

Se un’area merita di essere tutelata (su indicazione scientifica), va tutelata e basta, non va negoziata. Per non parlare delle royalties che il parco andrebbe a guadagnare dalle attività economiche permesse dentro i suoi confini, col rischio di «svendere» i propri valori. Ma i parchi sono gli unici a non soffrire la crisi del turismo, con un giro di alcuni miliardi di euro per oltre 35 milioni di visitatori. E a tutto vantaggio (gratis) del 33% dei Comuni che ha il territorio ricompreso in un parco (percentuale che sale al 68%, se si considerano i comuni sotto i 5 mila abitanti). Per non dire del fatto che sarebbe bene considerare i parchi prima di tutto come valori e non come prezzi.

Un parco sul proprio territorio è una fortuna e un’opportunità e solo chi non sa sfruttarla, per incapacità o malaffare, lo considera un vincolo. L’hanno capito perfino in Cina, dove la popolazione dei panda giganti non è più soggetta al pericolo di estinzione perché protetta da un sistema di parchi. Da noi, invece, si barattano ricchezza di vita e natura per gli interessi dei soliti noti.

La Stampa – 1 febbraio 2017 

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