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Sindacati, Renzi lancia la sfida: ora la legge sulla rappresentanza. La road map del premier: «Da rottamare Cgil, Cisl e Uil perché rispecchiano la vecchia tripartizione Pci, Dc e Psi»

Non è una battuta la frase lasciata cadere l’altra sera da Matteo Renzi in tv. Quando il premier dice di auspicare la nascita di un «sindacato unico», non ne fa una questione di quantità di sigle, intende piuttosto la rottamazione di Cgil, Cisl e Uil. «Perché quelle tre sigle sono espressione di una rappresentanza targata anni Settanta, con tre sindacati legati ai partiti di allora: Pci, Dc e Psi, che non esistono più», spiega uno dei consiglieri economici di Renzi.

«E come si è evoluto il quadro politico verso il bipolarismo, e ora con l’Italicum verso il bipartitismo, così per forza di cose deve evolversi il mondo sindacale». In più, il premier punta a una legge sulla rappresentanza sindacale «entro l’autunno».

EVOLUZIONE NECESSARIA

L’invito al superamento della Triplice non sarà seguito da interventi normativi: «Il governo in questo non c’entra», spiegano a palazzo Chigi, «devono essere i sindacati ad agganciarsi all’evoluzione della politica. Se lo faranno sarà un bene per loro e per il Paese». Mentre la formula ”sindacato unico” è «un modo per dire che è necessaria una svolta, nessuno si sogna di imporre un’aggregazione unitaria. Ci mancherebbe».

Per Renzi, è evidente che Cgil, Cisl e Uil rappresentano il “partito della conservazione”: «Ancora adesso, quando ti siedi a un tavolo con qualche sindacalista», spiega un altro consigliere del premier, «quelli ti parlano dell’accordo del ’93. Preistoria. Ora viviamo in un altro mondo, la realtà economica è radicalmente cambiata. Ma non sono cambiati i sindacati, dove tra l’altro la generazione dei trentenni che in politica ha preso le redini del Paese, non è rappresentata ai vertici». Da qui la necessità della rottamazione. «Anche perché con il Jobs Act», spiega Filippo Taddei, responsabile Lavoro per il Pd, «per forza di cose dovrà crescere il ruolo dei sindacati: la riforma, conducendo i precari nel recinto del lavoro dipendente, estende la contrattazione collettiva responsabilizzando le parti sociali».

Fin qui gli auspici. In autunno, questa volta d’accordo con Cgil, Cisl e Uil che poco gradiscono la “competizione” dei sindacati di base e di decine di sigle minori, il governo promette di varare la legge sulla rappresentanza sindacale. Obiettivo: mettere ordine nella giungla degli scioperi dove, come spesso accade, Cobas con poche decine di iscritti riescono a mettere in ginocchio i servizi pubblici essenziali. E’ dell’ultimo mese lo sciopero, indetto da una sigla che conta appena il 6% dei dipendenti, che ha paralizzato la metro di Roma e gran parte della città.

LE NUOVE REGOLE

Le ipotesi allo studio per tutelare sia il diritto costituzionale allo sciopero, sia i diritti dei cittadini negati da proteste organizzate da esigue minoranze sindacali, sono essenzialmente tre. La prima prevede l’introduzione un referendum preventivo tra i lavoratori sul modello adottato in Germania, Gran Bretagna, Olanda e Danimarca, per evitare che la collettività sia danneggiata da uno sciopero con adesioni minime. L’idea è di consentire lo sciopero soltanto se almeno il 50% dei lavoratori (in Germania è il 75%) vota a scrutinio segreto a favore della protesta. «E’ infatti irragionevole», ha sostenuto qualche giorno fa il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, «che in presenza di intese tra azienda e maggioranza delle sigle sindacali, una minoranza possa decidere per tutti e paralizzare i servizi pubblici».

La seconda è l’autorizzazione allo sciopero, da parte dell’Autorità di garanzia, solo ed esclusivamente se le sigle che indicono l’agitazione contano almeno il 50,1% degli iscritti tra i lavoratori dell’azienda pubblica.

La terza ipotesi invece sarà rivolta a garantire il regolare svolgimento dei grandi eventi, come il Giubileo o l’Expo. Ed è l’istituzione dei periodi di sospensione degli scioperi in occasione di questi eventi. Il presidente dell’Autorità sugli scioperi, Roberto Alesse, ha proposto di inserire il Giubileo (scatterà l’8 dicembre) e dell’Expo (terminerà il 31 ottobre) nei periodi di “franchigia” (Natale, Pasqua, eccetera) in cui le agitazioni nel settore dei trasporti e di altri servizi essenziali sono considerate inammissibili.

Il Messaggero – 25 maggio 2015 

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