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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Sparlare dei colleghi e bere caffè al bar: i divieti per i dipendenti pubblici. Varati i codici di comportamento
    Notizie ed Approfondimenti

    Sparlare dei colleghi e bere caffè al bar: i divieti per i dipendenti pubblici. Varati i codici di comportamento

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche12 Febbraio 2014Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Vietato sparlare dei colleghi. Vietato fare telefonate troppo lunghe. Vietato dare una sbirciata a Facebook o a Twitter anche dal proprio smartphone. Vietato dire male del sindaco. Vietato prendere il caffè al bar. Vietato criticare l’amministrazione sui social network . Vietato intrattenere rapporti con i giornalisti. Vietato giocare con le slot machine del casinò pubblico.

    I Codici di comportamento dei dipendenti comunali, adottati in queste settimane dalle varie giunte per recepire il decreto del presidente della Repubblica numero 62 del 16 aprile 2013, stanno trasformando la vita degli impiegati in un percorso a ostacoli. Perché in molti casi i diciassette articoli pubblicati lo scorso giugno sulla Gazzetta Ufficiale sono stati integrati con provvedimenti ancora più restrittivi.

    L’ultimo riguarda Sanremo. Il comma 2 dell’articolo 10 stabilisce che il dipendente «non diffonde informazioni e non fa commenti, nel rispetto e nei limiti della libertà di espressione, volutamente atti a ledere l’immagine o l’onorabilità dei colleghi, di superiori gerarchici, di amministratori, o dell’ente in generale». Poco più in basso, il comma 4 puntualizza che i dipendenti «non possono accedere alle sale slot e sale da gioco del Casinò municipale, se non per ragioni di servizio».

    «Un caso davvero strano di limitazione della libertà dell’individuo. Per quale motivo, poi? Significa che il dipendente saprebbe come manometterne l’uso?», sbotta caustico Michele Gentile, coordinatore dei settori pubblici della Cgil nazionale, il sindacato che è maggiormente rappresentativo in questo campo.

    Gli esempi stanno diventando tanti. A Modena non ci si può dilungare in chiamate personali ed è proibito navigare in Rete, anche dal proprio cellulare. A Venezia non si possono rilasciare interviste senza aver consultato il direttore di riferimento e averne concordato il contenuto. A Livorno niente acquisti online . A Imperia non si può più uscire per bersi una tazzina di caffè come si deve al bar: ci sono i distributori automatici.

    A Ravenna incorre in una sanzione disciplinare chi critica l’amministrazione sui social network , anche se è sul profilo privato. A Napoli bocche cucite con la stampa (il Codice, però, è ancora una bozza). E niente regali, come già stabiliva il Dpr, del valore superiore ai 150 euro: ma Genova ha tenuto fede alla sua fama di città parsimoniosa abbassando il limite a cento.

    «Mi sembrano più regole di immagine che altro», commenta Gentile, che non ama quella che definisce «una idea “brunettiana” del dipendente pubblico». E va avanti: «Mi sembra che si continui a pensare che la corruzione riguardi soltanto questa categoria. Eppure mi limito ai titoli di giornale degli ultimi tre giorni: il presidente di un grande ente si è dimesso; il presidente di una Regione importante ha assunto parenti e amici; appalti truccati». Per il sindacalista sta prevalendo la logica dei tagli lineari. «Sono molto più semplici di quelli verticali. Ma se colpisci tutti, non colpisci nessuno. Alcune norme sono talmente assurde e illegittime che non sarà difficile fare e vincere un ricorso».

    Resta da chiedersi come mai sia stato necessario mettere nero su bianco regole che sono di buon senso, come vietato sparlare. «È molto legato a un clima sociale e culturale diventato teso e aggressivo», spiega Andrea Castiello D’Antonio, psicologo del lavoro e docente alla Università Europea di Roma. Aggiunge che questi provvedimenti non servono. «Anzi, lasciano spazio a nuove forme di danneggiamento delle istituzioni». Molto meglio, allora, premiare il buon esempio. «È il metodo più efficace. Il problema, infatti, è sempre lo stesso: la mancanza di meritocrazia».

    Alessio Ribaudo – Corriere della Sera – 12 febbraio 2014

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