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Spesa-sanitaria. Sui farmaci da banco sintomi della crisi: vendite -5%

di Roberto Turno. Crollano del 37% le vendite dei farmaci per dimagrire senza obbligo di ricetta. Vanno giù dell’11% i conti di quelli contro la nausea. Ma anche i gettonatissimi anti influenzali (-3,9), gli anti dolorifici (-1,7), gli integratori minerali (-5,7) o i prodotti per la circolazione (-6,2) segnano pesantemente il passo.

Il 2012 è stato un anno amaro per i farmaci da banco, i medicinali senza obbligo di ricetta che possiamo acquistare in farmacia, ma anche nelle parafarmacie e nei corner della Gdo.

Il mercato – 2,39 miliardi – si è chiuso con un segno negativo del 3,7% e le confezioni vendute sono calate del 5,4. Un tracollo, o quasi. Che anche le vendite nei primi tre mesi del 2013 non sono riuscite a recuperare: i fatturati sono scesi del 3,7% e del 5,3% le unità di confezioni vendute.

L’automedicazione non sfonda tra gli italiani. Con la crisi che fa la sua parte, colpendo le cure mediche che le tasche sempre più vuote delle famiglie ritardano o addirittura evitano del tutto. Ma anche con il mercato della più risparmiosa auto-cura, che non riesce ad acquistare in Italia quella dimensione e quel valore anche per i conti pubblici che altrove in Europa le è riconosciuto. Nonostante uno studio già nel 2004 stimasse in oltre 16 miliardi di euro il risparmio nella Ue derivante dalla diffusione dei farmaci da banco per lievi disturbi al posto di quelli con ricetta pagati dallo Stato. Mentre il Cergas Bocconi ha calcolato meno spese per il Ssn fino a 770 milioni di euro senza particolari oneri in più per i cittadini.

Senza dire dell’effetto pressoché inesistente delle liberalizzazioni all’italiana di questi anni. Le vendite anche fuori farmacia hanno dato magrissimi (o nulli) risultati. E anche lo switch di 300 farmaci da obbligo con ricetta a farmaci da banco, deciso l’anno scorso da Mario Monti, ha avuto a sua volta “impatto zero”.

E così, con il mercato che perde colpi e lo Stato che non fa per intero la sua parte, le oltre 230 industrie produttrici e di distribuzione di settore sono pronte al rilancio. Rivendicando un ruolo attivo per la crescita dell’economia e dell’occupazione. E per quell’effetto risparmio che potrebbero generare per i conti pubblici. Intanto in questi giorni partirà il cambio di nome dell’associazione di settore rappresentata in Federchimica: dall’attuale Anifa, tornerà all’antico e cambierà il suo nome in Assosalute, proprio a voler testimoniare il ruolo che intende svolgere nei confronti dei cittadini-consumatori. Spiega il presidente Stefano Brovelli: «Siamo l’industria del farmaco che parla direttamente alla salute dei cittadini. Con la nuova denominazione, più semplice e più riconoscibile, l’associazione diventa più visibile e pronta a rafforzare il proprio ruolo nella diffusione di una cultura dell’automedicazione responsabile».

Nuovo nome, ma non solo. Sul piatto ci sono anche precise richieste a Governo e Regioni. Dall’iter burocratico più snello a una semplificazione della comunicazione al pubblico. Passando per l’allargamento del mercato a nuove categorie terapeutiche. Fino a una collaborazione piena con istituzioni, medici e farmacisti. E all’apertura della valvola di sfogo della possibilità di pubblicizzare i prodotti: non a caso la flessione più pesante è stata tra i farmaci che non possono essere reclamizzati, scesi per valore delle vendite del 5,6% e addirittura del 6,2% per quantità di confezioni vendute. «Il nostro mercato non decolla – aggiunge Brovelli –, perché mancano le politiche che ne favoriscano la crescita». Già, il mistero della crescita. Altro che rilancio dell’impresa Italia.

Il Sole 24 Ore – 17 giugno 2013

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