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Spese dei partiti «fuori controllo». La Corte dei conti: sono insindacabili. Il nodo del merito su molte scelte dei gruppi regionali: «Sono discrezionali»

di Sergio Rizzo. Gli elementi perché la sentenza costituisca un precedente cruciale ci sono eccome. Anche perché non capita tutti i giorni che la Corte dei conti smonti pezzo per pezzo la delibera di una sua sezione regionale. E su una materia così radioattiva: le spese dei gruppi politici in un consiglio regionale. Nella fattispecie, quello dell’Emilia Romagna.

Tutto comincia quando i giudici contabili di Bologna cominciano a ficcare il naso in quei conti, come stabilito dal decreto Monti del 2012: per capirci, quello che doveva servire a mettere fine allo scandalo nazionale innescato dalla scoperta che nella Regione Lazio i contributi pubblici ai gruppi politici regionali erano stati usati per cene a base di ostriche e champagne, vacanze a sette stelle e costosi fuoristrada. Subito fioccano le contestazioni. Sulla mancata esibizione dei giustificativi per spese relative al 2012 sostenute da Sel, Pdl, Udc e Federazione della sinistra. Sull’acquisto di certa documentazione da parte della Lega. Sulla spesa di 11.197 euro per la rassegna stampa dei dipietristi. Sulla fattura di 9.180 euro per pagare l’addetto stampa del Movimento 5 stelle. Sul conto di 21.750 euro presentato al gruppo Pd dalla Coop Libera stampa e su quello di 20 mila euro della Fondazione Gramsci. Per non parlare dell’acquisto dei giornali, delle spese di rappresentanza, di quelle per i convegni, la cancelleria, e chi più ne ha più ne metta. Finisce con la richiesta a tutti i gruppi di restituire 150.876 euro e con la sospensione del capogruppo del M5S Andrea Defranceschi, al quale Beppe Grillo inibisce l’uso del simbolo.

Inevitabile il diluvio di ricorsi. In una formazione inedita: tutti insieme, compreso il Movimento 5 stelle, contro la Corte dei conti. E le sezioni riunite della stessa Corte hanno dato loro ragione. In pieno.

C’è da chiedersi se con la legge volutamente mai fatta, con la quale si dovrebbe dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione, fissando finalmente i paletti entro cui si possono muovere i partiti, tutto questo si sarebbe evitato. Quel che è certo, però, le motivazioni di questa sentenza del 25 giugno, rese note mercoledì 30 luglio, potranno far tirare un profondo respiro di sollievo a tanti politici locali e agli altri consigli regionali alle prese con le stesse contestazioni. Perché se è vero che affidando i controlli dei bilanci dei gruppi consiliari alle sezioni regionali della Corte dei conti, il decreto Monti ha fissato anche alcuni criteri di legittimità delle spese, c’è pur sempre la discrezionalità politica. Le norme oggi in vigore vietano per esempio le spese personali, come le mutande verdi che sarebbero state comprate dall’ex governatore del Piemonte Roberto Cota, e l’acquisto di automezzi: per esempio la Jeep comprata da Franco “Batman” Fiorito per affrontare le strade innevate al Circeo. Ma ammettono le spese di rappresentanza, come pure quelle per l’accoglienza e l’ospitalità, o di missione. Tutte voci, fanno capire i giudici, nelle quali interviene la discrezionalità politica. Come per i giornali e l’informazione: si può vietare a un certo gruppo politico di comprare il Corriere della sera o la Repubblica per i propri consiglieri perché c’è già una mazzetta dei giornali centralizzata, o impedirgli di farsi una propria rassegna stampa, oppure pagarsi un collaboratore per una questione specifica? Certo, se il gruppo ha 3 consiglieri e compra dieci copie dello stesso giornale… Ma soprattutto, dice la Corte dei conti, «un gruppo assembleare di un consiglio regionale, contrariamente a quanto avviene per i gruppi parlamentari, ha un rapporto più stretto con il territorio e l’attività politica è contraddistinta da una dialettica costante con gli elettori». Dunque «l’attività di studio e ricerca, nonché quella convegnistica e di promozione, ha anche la funzione di intercettare e segnalare le emergenze locali collegate a situazione di criticità socio economiche… Ciò spiega anche la previsione di spese di rappresentanza per dare ospitalità a personalità chiamate a discutere temi d’interesse per gli abitanti della Regione quali, ad esempio, lo sviluppo del turismo o la ripresa dell’economia nelle zone colpite dal terremoto». Insomma, «è indiscutibile che tutto il coacervo delle attività di approfondimento delle problematiche locali sia inerente, anzi, connaturata alla vita operativa di un gruppo consiliare». Idem per i giornali, le spese di ristorazione di soggiorno e «i contratti di collaborazione con esperti di problematiche regionali». Il tutto, aggiunge la Corte dei conti, condito da un principio: «l’insindacabilità nel merito delle scelte discrezionali. Come il giudice non può valutare il merito delle scelte dell’amministratore, altrimenti finendo per sostituirsi a esso, così la sezione regionale non può sindacare lo stretto merito delle scelte se non verificandone il limite costituito dalla irragionevole non rispondenza ai fini istituzionali». Ma qui, inevitabilmente, si rischia di finire su un terreno scivoloso. Proprio quello che con il decreto Monti si sarebbe voluto evitare.

Corriere della Sera – 4 agosto 2014 

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