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Stop all’aumento Iva per il prossimo anno ma nel 2018 può salire al 25 per cento. Consumatori in allarme. Il governo: non scatterà mai

Paolo Baroni. Gli aumenti Iva anche per l’anno prossimo sono scongiurati. Operazione a caro prezzo questa del governo, che come è noto per disinnescare le vecchie clausole di salvaguardia deve impegnare oltre 15 miliardi sui 26,3 complessivi delle legge di bilancio 2017. Questo però non risolve il problema delle salvaguardie che infatti si riproporrà ancora più grande nel 2018 e poi ancora nel 2019.

Il governo ha già assicurato che anche il prossimo gli aumenti verranno sterilizzati, intanto però nella legge di bilancio 2017 stando alle bozze che stanno circolando non può far altro che spostare avanti di un anno il problema. In questo modo, però, a partire dal 2018 l’aliquota intermedia del 10% salirebbe al 13 e quella massima del 22 passerebbe al 25%. Poi dal primo gennaio del 2019 scatterebbe un ulteriore rialzo dello 0,9%. In Europa solamente l’Ungheria, dove l’aliquota più alta arriva al 27 per cento, avrebbe un’imposta sul valore aggiunto più alta. Insomma una vera stangata, differita nel tempo ma pur sempre una stangata. Che preoccupa i commercianti, allarma i consumatori e ovviamente scatena le opposizioni.

Rischio stangata

«Se venissero confermate le indiscrezioni – protesta Confcommercio – il Paese dovrebbe prepararsi a una prolungata stagnazione che nessun incentivo agli investimenti potrebbe scongiurare». Secondo calcoli del loro Ufficio studi, infatti, il pericolo è che nel 2018 gli italiani siano chiamati a versare ben 19 miliardi di maggiori imposte che salirebbero poi a 23 l’anno seguente. Secondo il Codacons i soli costi diretti nel 2018 determinerebbero un aggravio pari a 791 euro a famiglia senza contare poi la «cascata rincari dei listini in tutti i settori» e ciò «determinerebbe una ecatombe per i consumi con danni enormi per l’economia».

L’opposizione è subito partita all’attacco del governo. Scatenati soprattutto i leghisti. Calderoli: «Per cercare di raggranellare qualche sì in più al referendum Renzi prepara una stangata colossale per gli italiani, naturalmente posticipata al 2018 in modo da non avere ripercussioni ora sul referendum». Mentre per Fedriga questa è «l’ennesima prova che quando si passa dalle slide propagandistiche al testo vero della legge di bilancio emergono tutte le bugie renziane». La replica del governo è affidata al viceministro all’Economia Enrico Zanetti: «Non una clausola è scattata finora e continueranno a non scattare mai».

Pasticcio sulla Voluntary1

Per una clausola che viene sterilizzata, un’altra che spunta. Riguarda gli incassi della vecchia «voluntary disclosure»: nella bozza della legge di bilancio l’articolo 98 ripropone infatti un meccanismo di protezione nel caso il gettito atteso nel 2016 non raggiunga la soglia minima di 1,6 miliardi. Precisando che per compensare le eventuali differenze si dovrà provvedere per il 50% attraverso un aumento delle accise su energia, alcol e tabacchi e per l’altro 50% attraverso ulteriori tagli di spesa. Anche questa misura ieri è stata oggetto di polemiche, soprattutto perché – come ha spiegato il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia – la nuova formulazione della legge di bilancio «vieta» questa soluzione. «Forse – ha ironizzato – sarà il testo del bilancio di un altro Paese non appartenente all’Unione europea». In serata, dopo che Zanetti aveva già affondato questa soluzione («Non ci sarà nulla che non sia a norma di legge»), anche il Mef ha smentito le indiscrezioni: clausole di questo tipo «non corrispondono al testo» della legge di bilancio. La norma incriminata dovrebbe insomma sparire nella versione finale della manovra. Quanto alle coperture, eventualmente si procederà solamente con tagli automatici ai ministeri. Escluse nuove tasse.

Frequenze più care

La quadratura del cerchio, tanto più ora che Bruxelles ha acceso un faro sull’Italia, non è certo facile. Anche per questo il governo cerca di massimizzare le entrate portando a quota 2 miliardi (contro 1,8 ipotizzati in un primo momento) i proventi delle gare per la riassegnazione sino al 2029 delle frequenze alle compagnie di telefonia mobile. E tra l’altro le società dovranno versare tutto, in anticipo ed in un’unica soluzione nel corso del 2017.

La Stampa – 27 ottobre 2016 

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