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Stop cinese ai suini italiani, mobilitati Esteri e Salute. Analoghi blocchi alle merci sono capitati a imprese tedesche e danesi. Coldiretti: devono intervenire anche le autorità comunitarie

Il Sole 24 Ore. È finito nelle mani del ministero della Sanità e di quello degli Affari esteri il dossier contro la Cina, che il 3 gennaio ha bloccato l’export di carne suina italiana perché ritenuta contaminata dal Covid. «Dall’inizio della diffusione della pandemia in Occidente, non è la prima volta che Pechino solleva dubbi sanitari sui prodotti alimentari importati dall’Europa», racconta Davide Calderone, direttore generale di Assica, l’associazione che riunisce gli industriali italiani delle carni e dei salumi. «A marzo – prosegue – le autorità cinesi sono persino arrivate a chiederci in via ufficiale i certificati sanitari di salubrità. Poi si sono limitati a richiedere ai singoli esportatori un’attestazione scritta, anche non firmata dai veterinari». Infine, l’escalation vera e propria: due giorni fa la mantovana Opas, che gestisce il più grande macello di suini in Italia, ha denunciato che le autorità sanitarie cinesi hanno fermato una partita di carne congelata spedita al porto di Dongguan perché avrebbero rilevato tracce del Covid non tanto sulla carne, ma sui cartoni esterni di imballaggio secondario, che non sono mai a contatto con il prodotto alimentare.

«Alle imprese italiane non era mai successo, ma questa non è la prima volta che Pechino blocca le importazioni di carne suina – ricorda Calderone – prima di noi, era già capitato alla Germania e alla Danimarca, ed entrambe si erano prontamente rivolte alle autorità europee». Al momento, le aziende di questi due Paesi colpiti dal blocco sono state sospese dalla lista di quelle autorizzate all’export, e sono in corso scambi di documentazione extra nel tentativo di ripristinare l’autorizzazione. «In Cina è in atto da tempo una campagna per promuovere il consumo di cibo prodotto localmente, una sorta di “buy chinese” potremmo definirlo – sostiene il dg di Assica – e una delle modalità è quella di far passare l’idea che i prodotti alimentari provenienti dall’estero non sono più sicuri. Oggi è capitato alla carne di maiale, ma nulla ci garantisce che un domani non venga allargato il tiro e si arrivi a colpire anche altri prodotti, alimentari e non, con la scusa del Covid». Non è un caso, per esempio, che ieri la Cina abbia messo al bando le importazioni di pollame e prodotti correlati dalla Francia, dove è stata segnalata un’epidemia di aviaria H5N8.

Quella di Pechino contro l’Italia e contro l’Europa, insomma, assomiglia più a una guerra commerciale che a uno scrupolo sanitario: «Dall’inizio della pandemia – ricorda Calderone – le autorità sanitarie, dall’Oms all’Efsa, fino ai singoli ministeri della Salute, sono sempre state molto chiare: il Covid è un virus a trasmissione respiratoria, non alimentare. Il concetto di cibo contaminato non esiste. La verità è che qui siamo di fronte a motivazioni del tutto arbitrarie e al di fuori delle regole condivise a livello della Wto».

Per le carni suine italiane, quello cinese è un mercato ancora molto piccolo, perché appena nato: «L’apertura ufficiale degli scambi è del marzo 2019 – ricorda Calderone – però è un mercato in grande espansione e i nostri produttori ci credono molto. Ci abbiamo messo 15 anni ad aprirlo». Anche il protocollo per l’esportazione delle carni bovine è stato aperto solo da poco, e sempre per quanto riguarda la carne di maiale tra Italia e Cina ci sono dei dossier ancora aperti: per esempio, non possiamo ancora esportare i prodotti a breve stagionatura, così come la lista delle imprese e dei macelli italiani abilitati all’export è ancora ferma a nove soggetti soltanto.

Sull’argomento ieri è tornata anche la Coldiretti: «È grave il blocco delle esportazioni di carne suina italiana attuato dalla Cina con il pretesto dei rischi per il contagio da Covid a pochi giorni dalla firma dell’accordo sugli investimenti tra Cina e Unione europea», ha detto il presidente dei coltivatori diretti, Ettore Prandini, che ha chiesto l’intervento delle autorità nazionali e comunitarie «per fermare una pretestuosa guerra commerciale dagli esiti preoccupanti». La Coldiretti teme infatti che, dietro la decisione cinese sulla partita di carne esportata da Opas, ci sia in realtà la volontà di creare ostacoli per sostenere la produzione locale di carne suina, come dimostrano gli ingenti acquisti di alimenti effettuati sul mercato internazionale dal gigante asiatico per l’alimentazione del bestiame allevato.

Anche per Luigi Scordamaglia, consigliere delegato della fondazione Filiera Italia nonché presidente di Assocarni, il blocco dei container italiani al porto di Dongguan è «assurdo, strumentale e legato solo a speculazioni commerciali, a cui la Cina ci ha già abituato. Si tratta di una decisione che non ha alcuna valenza scientifica e che appare contraria alle chiare dichiarazioni dell’Oms. Dichiarazioni a cui i cinesi hanno l’obbligo di attenersi facendo parte del Wtc. La Ue – conclude Scordamaglia – batta un colpo su questa questione che non è solo italiana e intervenga a fianco del nostro governo che con i ministeri degli Esteri e della Salute e con la nostra ambasciata a Pechino si è già attivato».

 

Mi.Ca.

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