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Sul Green pass europeo i dubbi di utilizzo dei certificati nazionali. Il documento Ue dà accesso ai servizi del Paese ospitante ma in Italia il perimetro è poco chiaro e in Germania e Polonia cambia spesso

Il Sole 24 Ore lunedì. L’auspicio è che il debutto del Covid pass europeo, avvenuto giovedì scorso, porti maggiore chiarezza e, per quanto possibile, uniformità di regole. La situazione di alcuni dei principali Paesi europei è assai variegata (come si evince dalle schede a fianco). Per non parlare delle realtà d’oltreoceano, come Canada e Usa, dove il passaporto vaccinale nazionale non esiste e, per quanto riguarda gli Stati Uniti, difficilmente vedrà la luce.

In Europa, tra i Paesi che hanno già adottato il Green pass – e l’Italia è uno di quelli più avanti – e altri che stanno per farlo, la tendenza è comunque di allinearsi alle indicazioni della Ue e adottare il certificato Covid europeo. Il problema ora è capire quale utilizzo se ne potrà fare, oltre a quello prioritario di agevolare gli spostamenti.

La regola è, infatti, che il pass europeo – che altro non è se non il Green pass nazionale, laddove previsto e purché congegnato secondo i protocolli dell’Unione, che dal 1° luglio è diventato passaporto Ue – possa essere utilizzato per le finalità previste da ciascun Paese membro . Per esempio, un cittadino Ue che arrivi in Italia potrà usare il pass, quando richiesto agli invitati italiani, per accedere alle feste di matrimonio. Questo presuppone che si abbiano le idee chiare sul perimetro d’azione di ciascun pass nazionale. Per quanto riguarda il nostro Paese – che è in buona compagnia: si veda il caso della Germania e della Polonia – il quadro non è definito.

I dubbi sul raggio d’azione

E questo perché l’iter normativo del Green pass non è stato quello che nei concorsi equestri viene definito “percorso netto” e l’ostacolo più difficile è rappresentato dalla normativa a tutela dei dati personali.

Partiamo dal quando legislativo: il decreto Riaperture (Dl 52) ha stabilito una serie di ipotesi per l’uso del passaporto verde: ad esempio, spostamenti da e verso zone arancioni o rosse, accesso a eventi, anche sportivi, spettacoli, fiere, ecc. in zone gialle. L’elenco è stato successivamente ampliato introducendo le feste relative a cerimonie civili o religiose, sempre in zone gialle, e nell’iter di conversione sono state previste anche le visite alle residente per anziani.

Rispetto alla prima stesura del decreto, il Garante privacy ha emesso un provvedimento di avvertimento sui trattamenti realizzati tramite il Green pass in quanto suscettibili di violare il Gdpr, il regolamento europeo sulla privacy. Rilievi che in gran parte sono stati presi in considerazione dal decreto del 17 giugno scorso – quello che ha dato operatività al passaporto Covid nostrano – e che ha, pertanto, avuto il via libera dell’Autorità.

Per l’Authority, però, continua a mancare l’indicazione delle finalità del trattamento dei dati personali contenuti nel Green pass, che, tradotto, significa specificare quando si deve usare il passaporto. Il decreto del 17 giugno descrive, ad esempio, il tipo di dati trattati, i tempi di conservazione, le misure di sicurezza, i soggetti autorizzati al controllo del pass, ma non indica in quali casi si possa usare. Rispetto ai controlli, è, ad esempio, autorizzato a eseguirli il proprietario di luoghi/locali presso cui si svolgono eventi per la cui partecipazione è richiesto il Green pass, ma non è indicato quali siano questi eventi e a chi spetti prescrivere l’uso del pass.

Secondo il Garante, si tratta di una prescrizione che deve essere contenuta in una disposizione di legge, poiché la base giuridica per trattare dati sulla salute nel caso del Green pass deve essere rappresentata da una norma di legge primaria. Nel parere sul decreto di metà giugno l’Autorità ha indicato come condizione di legittimità l’individuazione puntuale delle finalità di utilizzo dei dati e l’introduzione di una riserva di legge per la determinazione dei casi di utilizzo del pass, con l’espressa esclusione dell’uso nei casi non indicati. In sede di conversione in legge del decreto Riaperture queste indicazioni sono rimaste disattese. Il decreto tra l’altro, si riferisce a ipotesi di utilizzo del Green Pass in zone gialle, mentre al momento l’Italia è tutta zona bianca.

Anche il regolamento europeo che ha istituito il Covid certificate ne ammette l’utilizzo da parte degli Stati membri per finalità ulteriori rispetto agli spostamenti in Europa, purché sia una legge nazionale a regolarlo.

I pass parziali o inesistenti

A questo problema se ne aggiunge un altro: il fatto che il Covid pass nostrano – scaricato, secondo il ministero della Salute, da circa 18 milioni di persone, a fronte di 40 milioni di passaporti emessi, contro quasi 19 milioni di vaccinati e 32 milioni di prime dosi – presenta diverse criticità, segnalate da numerosi cittadini. Un problema è quello prospettato da chi, guarito dal Covid, ha ricevuto, come da protocollo, una sola dose e ha così c0mpletato il ciclo vaccinale. Sul Green pass di queste persone risulta, invece, che debbano fare ancora la seconda dose.

Analogo discorso per chi si è sottoposto alla somministrazione eterologa: sul pass risulta una sola dose.

C’è, poi, la questione di chi ancora non ha ricevuto il Green pass, nonostante il ministero della Salute abbia previsto che entro il 28 giugno tutti coloro che si erano già vaccinati avrebbero potuto scaricarlo. Inutile cercare spiegazioni presso il call center predisposto dal Governo: le linee del numero verde 800912491 sono perennemente occupate e l’invito della voce registrata è di richiamare .

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