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Svolta pubblico impiego contratti verso il rinnovo dopo sette anni di blocco. Resta il nodo dei tempi concessi per le alleanze tra i sindacati più piccoli

Stretta finale per disegnare la mappa del nuovo pubblico impiego partendo dalla definizione dei comparti, che dagli attuali 11 dovrebbero diventare 4 . Un taglio previsto dalla riforma Brunetta del 2009, mai realizzato, ma ora diventata essenziale per passare all’altro tavolo, quello ancor più importate dei rinnovi contrattuali.

Gli stipendi degli statali sono infatti fermi dal 2010 e, dopo la sentenza della Consulta – che ha dichiarato illegittima la prosecuzione dello stop – si attende la riapertura dei negoziati. La Legge di Stabilità ha stanziato 300 milioni per il 2016, cifra ritenuta assolutamente insufficiente dai sindacati. Tra pochi giorni il nuovo Documento di economia e finanza potrebbe prevedere altre novità (il rinnovo dovrebbe essere triennale).

La partita sui redditi, quindi, va riaperta, ma prima ancora va definito l’accordo quadro sui comparti di contrattazione. Sindacati e Aran, l’Agenzia che rappresenta il governo nelle trattative, ieri sono stati tutto il giorno – dal mattino a notte inoltrata – alle prese con la stesura del testo, che nella bozza d’ingresso risultava composto da dodici articoli. Tra i punti fermi, la divisione del personale in quattro settori (anche se il governo spingeva per tre): «Funzioni centrali, Funzioni locali, Sanità e Istruzione e ricerca». Resterà dunque esclusa la Presidenza del Consiglio, legata a regole diverse.

Questioni non da poco, perché dal nuovo modello partirà la contrattazione collettiva e la rappresentanza sindacale. Ad ogni comparto corrisponderà un contratto nazionale e le relative contribuzioni-base da armonizzare a quelle dei nuovi assunti. «Ferma rimanendo l’unicità dei contratti collettivi – aveva indicato nei giorni scorsi il ministro Marianna Madia – per salvaguardare «alcune professionalità » sarà possibile un’articolazione «in parte comune» e in «una o più parti speciali o sezioni, dirette a regolare alcuni peculiari aspetti del rapporto di lavoro». Un’eventualità che potrebbe riguardare i settori dove si registra la maggior parte degli accorpamenti (poteri centrali e scuola, università e ricerca). Ancor più complessa la partita sulla rappresentanza sindacale, visto che per sedere ai tavoli di contrattazione del pubblico impiego occorre superare una soglia minima del 5 per cento (tenendo conto di una media tra iscritti e voti). Le sigle più piccole, quindi, per non scomparire dovranno riunirsi o confluire in quelle più grandi. Ed è proprio questo il punto critico sul quale durante la notte, la trattativa ha rischiato di arenarsi. I sindacati di base faticano ad accettare le confluenze, Cgil, Cisl e Uil vogliono chiudere perché la partita del contratto aspetta.

Sempre ieri infatti, l’Istat, ha fatto notare come il potere d’acquisto abbia ripreso fiato,mettendo a segno il primo rialzo dopo otto anni. Nel 2015 si è registrato un aumento dello 0,8 per cento, frutto di un rialzo del reddito non scalfito dall’inflazione. Una boccata d’ossigeno per gli italiani che non a caso hanno aumentato i consumi, lasciando fermi i risparmi.

Repubblica – 5 aprile 2016 

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