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Tempi stretti e deficit oltre il 5% schiacciano la manovra anticrisi. Crescita quasi due punti sotto le previsioni, disavanzo vicino ai livelli 2022 e spazi fiscali di partenza ridotti per le misure contro l’inflazione

Gianni Trovati, Il Sole 24 Ore. Non sarà facile. Il battesimo del fuoco per il governo che riceverà la fiducia dal nuovo Parlamento dopo la vittoria del centrodestra nelle urne è la legge di bilancio più complicata degli ultimi anni, nei numeri da gestire e nei tempi di approvazione resi strettissimi dall’inedito voto autunnale. Le cifre di base su cui costruire l’impianto della manovra saranno definite a ore dalla Nadef, con la fotografia dei saldi di finanza pubblica per il 2023: cifre parecchio impegnative.

Il punto chiave è dato dalla crescita colpita da guerra e inflazione. Nello scenario base, la previsione per il 2023 si attesterà quasi due punti sotto il +2,4% posto come obiettivo dal Def di aprile. In soldoni, significa che il deficit di partenza non si fermerà al 3,9% del Pil come previsto, ma volerà sopra quota 5% spinto anche dalle spese per l’adeguamento delle pensioni all’inflazione (servono circa 5 decimali di Pil più del previsto, intorno ai 10 miliardi) e da un costo per gli interessi sul debito che cresce (anche) per le strette continue nella politica monetaria.

Di tutto ciò in campagna elettorale non si è parlato, anche se proprio questi fattori hanno spinto la leader di Fdi Giorgia Meloni a tarpare le ali dello scostamento chiesto a gran voce dalla Lega. In ogni caso, la strada del governo si decide qui e ora, per una ragione ovvia: un deficit sopra il 5% è molto vicino al 5,6% tenuto saldo dal governo quest’anno, quando però una crescita ancora sostenuta ha aiutato a realizzare una riduzione del peso del debito che si rivelerà ancora maggiore rispetto a quella fissata come obiettivo ad aprile (147% del Pil dal 150,8% dell’anno scorso). E un altro passo in questo percorso di discesa sarà indispensabile per non agitare ulteriormente mercati già assai in tensione per le incognite politiche che circondano un’Italia ancora super-indebitata e per l’affanno delle banche centrali nella lotta impari contro l’inflazione. I prezzi in volo daranno una mano anche il prossimo anno facendo lievitare un po’ il Pil nominale, base di calcolo del rapporto con il debito: ma lo faranno meno di quest’anno, auspicabilmente, perché le previsioni sono per un tasso intorno alla metà rispetto ai picchi del 2022.

Messi da parte i programmi elettorali, tranne qualche eccezione buoni per comizi e talk show più che per la realtà, occorre ora fare i conti con l’altro corno del problema, che cumula numeri ancora più alti. La legge di bilancio arriva nel pieno di un’emergenza inflattiva che non si spegne, e come primo compito avrà quello di far proseguire (e magari rafforzare, visto che molti nel centrodestra le hanno giudicate insufficienti) le misure anti-rincari che con il governo Draghi hanno cumulato 66 miliardi. Solo l’impianto dei crediti d’imposta per gli acquisti energetici delle imprese costa ai prezzi attuali 14 miliardi a trimestre, altri 3-4 miliardi servono per confermare l’abbattimento degli oneri di sistema sulle bollette, per lo sconto da 30,5 centesimi per ogni litro di benzina o gasolio servono 1,1 miliardi al mese, mentre la replica del taglio al cuneo fiscale ha bisogno di 3,5 miliardi all’anno. Lasciar scadere questi interventi senza replicarli o sostituirli con misure simili significherebbe ridurre di colpo il potere d’acquisto dei dipendenti e sconvolgere ancora i conti delle imprese.

Questa scalata contabile, per di più, andrà coperta in tempi record. Il nuovo Parlamento si insedierà il 13 ottobre, e in teoria due giorni dopo l’Italia dovrebbe inviare alla Ue il proprio programma di bilancio dopo che il Governo Draghi nella Nadef si limiterà al tendenziale a legislazione vigente. Un rinvio appare inevitabile. Ma in ogni caso per la legge di bilancio Governo e maggioranza avrebbero circa un mese di tempo, in cui andrebbe approvato anche un altro decreto energia a dicembre. La sfida è tale che c’è chi ipotizza una legge di bilancio solo tabellare, senza le misure che viaggerebbero per decreto tra dicembre e gennaio. Un’idea che però trova scarsi entusiasmi a Bruxelles.

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