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“Teniamoci i soldi delle tasse”. Torna la battaglia nordista. I sindaci Pd aderiscono al referendum promosso dalla Lega in Lombardia e Veneto

Diciassette anni dopo la poderosa ondata federalista guidata da Bossi che costrinse il centrosinistra a cambiare la Costituzione, dando il potere di veto alle Regioni su ventiquattro materie diverse, il vento autonomista torna a soffiare forte nel Nord del Paese. E come allora gran parte del Pd si ritrova a rincorrere la nuova battaglia nordista. Sia pure con qualche distinguo, i sindaci di tutti i capoluoghi lombardi governati dal centrosinistra stanno aderendo al referendum indetto per il 22 ottobre dai governatori di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia, per dare più autonomia alle due regioni. Ovviamente sarà un referendum solo consultivo, ma a nessuno sfugge il valore politico che potrebbe avere una grande partecipazione al voto e soprattutto una schiacciante vittoria del sì, data da molti già per scontata. Con sottile furbizia, la domanda che verrà posta agli elettori lombardi e veneti è molto generica: si chiede che alle due regioni siano riconosciute «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia », in base a uno degli attuali articoli della Costituzione, il 116. Difficile rispondere di no.

Quell’articolo, dopo aver riconosciuto alle cinque Regioni a statuto speciale “forme e condizioni particolari di autonomia”, non esclude che alcune di esse possano essere concesse anche ad altre Regioni. Ma questo è possibile solo all’interno di una cerchia bene definita di temi. Sono le 24 materie in cui è già richiesto l’accordo tra Stato e Regioni (dall’istruzione alla tutela del lavoro, dalla protezione civile ai trasporti), più altre tre in cui lo Stato ha finora una competenza esclusiva: norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente e dei beni culturali e giustizia di pace. Insomma, sembra di capire che Lombardia e Veneto vogliano poter legiferare in via esclusiva su una serie di argomenti che finora richiedevano l’accordo con lo Stato, e su poco altro ancora. Per fare questo non sarebbe necessario modificare la Costituzione, ma basterebbe una semplice legge dello Stato.

Se fosse questo il senso del referendum, non si capirebbe in realtà perché indirlo: i maggiori poteri a Lombardia e Veneto potrebbero essere “negoziati” in un confronto con lo Stato, e le decine di milioni di euro necessari per organizzare la consultazione potrebbero più utilmente essere utilizzati in qualche opera pubblica, come dice il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.

In realtà, dietro la genericità del quesito referendario e il suo formale rispetto del dettato costituzionale, c’è l’aspirazione a ben più ampi poteri. Che Maroni del resto non nasconde neppure. «Io voglio lo statuto speciale per la Lombardia, come quello della Sicilia – ha detto qualche giorno fa a un raduno di amministratori locali leghisti – voglio che i lombardi si tengano le tasse che pagano. Voglio competenze sulla sicurezza e sull’ordine pubblico, saprei io come gestire l’immigrazione clandestina ». Qui il discorso cambia completamente. Non siamo più di fronte a qualche autonomia in più nel rispetto della Costituzione, ma ad uno stravolgimento delle più tradizionali competenze statali.

Tenersi i soldi delle tasse: slogan mai tramontato nei programmi della Lega. Oggi lo possono fare solo le Regioni a statuto speciale. Imitare la Sicilia significherebbe trattenere tutto il gettito fiscale, il 100%, nel proprio territorio. Quote un po’ più basse, ma pur sempre maggioritarie di entrate, restano in Val d’Aosta e Trentino Alto Adige (90%), in Sardegna (70%), in Friuli Venezia Giulia (60). Estendere questo sistema a due Regioni che fanno 15 milioni di abitanti e il 35% del Pil italiano, vorrebbe dire scardinare l’intero sistema di solidarietà su cui si fonda la politica di uno Stato nazionale. Certo, oggi Lombardia e Veneto occupano i primi due posti nel contributo fiscale dato al resto del Paese, con uno scarto tra tasse e spese pubbliche effettuate sul proprio territorio di oltre 70 miliardi. È così da decenni, e questo spiega perché la protesta parte proprio da lì. «Non possiamo essere eterni donatori di sangue», si sente ripetere, non solo dai leghisti. E non ci si può nascondere dietro lo spirito solidaristico che deve unire Nord e Sud – dicono – per perpetuare la “malapolitica” in talune Regioni meridionali. Ma un conto è pretendere un cambio di passo di quelle Regioni, un altro è spaccare il Paese con una vera e propria secessione economica.

È l’altra richiesta di Maroni e forse anche di Zaia: appropriarsi della competenza in tema di sicurezza. Il presidente lombardo (che dice di voler copiare anche qui la Sicilia) si deve essere andato a spulciare lo statuto di quella Regione lì dove all’articolo 31 definisce i poteri di polizia. E sarà balzato dalla sedia. C’è scritto che «al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il presidente della Regione a mezzo della polizia dello Stato, la quale dipende dal governo regionale ». E si legge anche che «il presidente della Regione può chiedere l’impiego delle forze armate». Peccato che quello statuto è antecedente alla Costituzione repubblicana, e mai quelle competenze sono state esercitate dalla Regione. Resta solo da immaginare cosa accadrebbe se l’ordine pubblico venisse gestito in 20 modi diversi quante sono le Regioni italiane.

Repubblica – 21 luglio 2017

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