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Torino. L’operaio è morto di Creutzfeldt-Jakob. Non di “Mucca pazza”. Gli accertamenti del pm Guariniello: variante umana che non può essere legata alla contaminazione animale

Claudio Laugeri. I carabinieri del Nas indagheranno sulla morte di Francesco Catapano, 53 anni, operaio di origini campane ricoverato alle Molinette all’inizio di giugno e morto il primo settembre per le conseguenze causate dalla «Creutzfeldt-Jakob», malattia neurodegenerativa rara, che conduce ad una forma di demenza progressiva e letale. Lo stesso ceppo del morbo soprannominato della «mucca pazza». Ma questa è la variante umana e non può essere legata alla contaminazione animale.

E’ stato il pm Raffaele Guariniello ad affidare l’incarico ai militari, dopo aver ricevuto la comunicazione delle Molinette: dagli esami è risultata la «presenza di proteina prionica patologica proteasi resistente di tipo 1» a conferma di una «malattia da prioni, fenotipo “Creutzfeldt-Jakob classico”».

In questi giorni, i carabinieri raccoglieranno la documentazione alle Molinette e all’Amedeo di Savoia, dove sono stati analizzati i campioni di materia cerebrale prelevati dal corpo dell’operaio campano. Ci è voluto tempo, ma era impossibile fare in altro modo: la procedura prevede che i campioni debbano restare sotto formalina per trenta giorni prima delle analisi al microscopio.

Esistono molte varianti del «Creutzfeldt-Jakob», alcune anche legate alla predisposizione genetica. Ma erano stati gli stessi medici che avevano curato Catapano a smentire questa ipotesi. In particolare, esami come la Tac e l’analisi del «liquor» avevano fatto accreditare l’ipotesi del contagio alimentare. Caduta anche quella, con i risultati degli esami. Rimane l’ipotesi del contagio epidemiologico, casi nell’ordine di uno su un milione. Il pm Guariniello vuole chiarire ogni aspetto.

CARAMELLI: “L’ULTIMO CASO È STATO REGISTRATO NEL 2011”

Noemi Penna. Maria Caramelli, direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico è stata la grande protagonista della lotta a mucca pazza.

È da escludere la «versione bovina»?

«Solo l’autopsia avrebbe potuto dare la certezza, non c’è da preoccuparsi. Già lo si capiva dall’anamnesi del paziente, l’età e dal decorso della malattia: ora gli esami hanno individuato la proteina di tipo uno che ha un aspetto completamente diverso dalla bovina, di cui in Italia abbiamo avuto solo due casi».

Cosa ha causato la malattia?

«A far scattare l’allarme sono proprio le cause sconosciute di questa malattia neurodegenerativa. Ma il punto è che, anche se fosse stato di provenienza bovina l’incubazione sarebbe potuta durare anche dieci anni, quindi è comunque molto difficile risalire alla causa d’infezione. Anche per i casi conclamati è stato complicato ricostruire la storia alimentare di ognuno, ma avviando controlli a tappeto siamo riusciti a individuare i procedimenti a rischio e la contaminazione delle farine di carne e ossa bovine che venivano utilizzate dell’alimentazione del bestiame».

Come si tiene sotto controllo il problema?

«È stato proprio il nostro l’Istituto Zooprofilattico a mettere a disposizione il test in tutta Italia. Si è iniziato con controlli a tappeto, con spese non indifferenti – ogni esame costava 80 euro, oggi si è scesi a un euro –, che ora stiamo riducendo perché la malattia è stata debellata. Nei primi anni, su tre milioni di bovini sono risultati positivi in 50; l’ultimo caso è stato registrato nel 2011. I test continuiamo comunque a farli in caso di morte sospetta, di sintomi neurologici e per la carne da esportazione. Grazie a queste procedure, abbiamo ricevuto dall’Oms la pagella di rischio trascurabile, il più basso».

La Stampa – 25 novembre 2015 

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