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Tosi non arretra e rilancia: «Sulle liste decidiamo noi». Il Consiglio federale respinge la nomina del commissario Dozzo: «Inaccettabile»

E anche l’ultimo tentativo di mediazione tra Matteo Salvini e Flavio Tosi si è rivelato del tutto inutile. La Liga veneta, capitanata dal sindaco di Verona, va allo scontro frontale con la «casa madre» di via Bellerio, rivendicando la propria autonomia e respingendo al mittente commissariamenti e diktat elettorali, in una vicenda che richiama per larghi tratti la scissione di Comencini del 1998.

Ma i ranghi a questa longitudine sono tutt’altro che compatti. Di fatto, lo strappo si consuma tra la Lega e «il partito di Tosi», che è cosa assai diversa da quello del governatore Luca Zaia o del sindaco di Padova Massimo Bitonci.

«Un momento drammatico». Così uno dei colonnelli di Tosi ha descritto il consiglio «nazionale» convocato ieri sera nel quartier generale di Noventa Padovana. Una riunione messa inizialmente in agenda per definire insieme agli otto segretari provinciali (Venezia è divisa in due mandamenti distinti) le liste per le Regionali ma infine virata sulla (messa in) discussione delle decisioni prese lunedì dal consiglio federale: l’invio di Gianpaolo Dozzo come legato per la formazione delle liste (era presente) e l’attribuzione alla segreteria federale di ogni competenza sulle alleanze. L’obbligo per tutti gli iscritti alla fondazione «Ricostruiamo il Paese» di scegliere tra il Carroccio e i «fari» entro lunedì, invece, non è stata affrontata perché, come ha spiegato lo stesso Tosi al suo arrivo, «è una vicenda che attiene esclusivamente al sottoscritto, non c’entra nulla con la Liga». Diversi gli assenti di peso, da Zaia ai consiglieri federali Daniele Stival (convalescente) e Marino Finozzi (all’estero), passando per alcuni colonnelli vicini al governatore, fino a Bitonci, che lamenta l’irregolarità di una convocazione «del tutto inutile dopo il commissariamento».

Il sindaco di Verona ha chiesto e ottenuto che il politburo lighista ribadisse con un voto il suo diritto a decidere autonomamente liste e alleanze, rifiutando il tutoraggio di Dozzo. «Non ho nulla contro di lui – ha precisato Tosi – non c’e nulla di personale e lo rispetto. Ma la sua nomina per noi è inaccettabile e irricevibile». Adesso, dunque, si torna per l’ennesima volta in via Bellerio, dove lunedì si dovrà pur mettere fine in qualche modo ad una vicenda che sta lasciando allibiti i militanti e gli elettori. Come? Se Salvini non deciderà di fare marcia indietro, circolano due ipotesi: il commissariamento tout court della Liga oppure, e questo certo sarebbe il finale più dirompente, l’espulsione. «Flavio vuole essere cacciato, vuole scaricare ogni responsabilità su Matteo» chiosano dalle schiere di Zaia.

Che la storia stesse prendendo una pessima piega, lo si era d’altronde capito già dal mattino di ieri, nella sequela di dichiarazioni che hanno anticipato e poi seguito il pranzo «chiarificatore» tra Salvini e Tosi chiesto a gran voce soprattutto dai parlamentari-ambasciatori. «Dobbiamo riconfermare il buon governo del Veneto, sarebbe fondamentale che nessun leghista uscisse» ha detto Salvini, precisando che «la Lega non è una caserma ma l’obiettivo per tutti è proseguire l’esperienza di Zaia. Conto che ciascuno rinunci a qualcosa di suo». Il segretario federale ha quindi lasciato via Bellerio per incontrare il sindaco in un ristorante del centro di Milano. Mentre Tosi gustava un filetto ai carciofi e Salvini una frittura mista, i colonnelli provavano a convincere il primo a fermarsi: «Se Tosi dovesse uscire dalla Lega commetterebbe un errore imperdonabile – ha detto Gianni Fava –. Al suo posto tenterei una mediazione in extremis, anche se ha mille ragioni». Roberto Maroni: «Flavio sbaglia ad andare fino in fondo, spero gli passi l’incazzatura e rientri questa malaugurata intenzione di uscire. Se così non fosse, ci sarebbe un grande rammarico ma il candidato della Lega è Zaia». Continuava invece a cannoneggiare Bitonci: «Tosi si comporta come una persona fuori dal movimento».

All’uscita dal ristorante, nulla di fatto. Raccontano che entrambi i duellanti si siano presentati al tavolo senza soluzioni di mediazione, indisponibili a passi indietro. Saltato il «lodo Bossi», quello dell’unica lista civica salomonicamente suddivisa tra Tosi e Zaia, Salvini avrebbe semplicemente tentato di «rabbonire» il sindaco, invitandolo alla calma senza riuscirci affatto. Tanto che Tosi, all’uscita, è andato via dritto: «Sono incazzato ma lucido. Il commissariamento della Liga è assolutamente immotivato, non sta né in cielo né in terra, una cosa inaudita e mai accaduta prima. La forzatura di lunedì al federale ha creato una frattura profondissima che può avere degli strascichi». Per poi rincarare con i fedelissimi: «Io Dozzo non lo riconosco, si devono rimangiare il commissariamento, rimediare al torto, quella è l’unica mediazione possibile. E io non me ne vado dal partito».

Concetti poi ribaditi in consiglio nazionale. Salvini, per nulla intimorito, ha fatto spallucce: «E’ stata una chiacchierata utile ma non faccio previsioni, non gioco al lotto. E comunque anche gli ultimi sondaggi mi dicono che Zaia vincerebbe con qualunque coalizione».

Marco Bonet – Il Corriere del Veneto – 6 marzo 2015 

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